Una troponina elevata si associa a importanti eventi avversi, anche in assenza di cardiopatie

L’elevazione dei livelli di troponina nei pazienti acuti, anche in assenza di patologie cardiovascolari, si associa ad importanti eventi avversi. Queste in sintesi le conclusioni di uno studio recentemente pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology.

Il significato della troponina elevata

Le troponine sono una famiglia di proteine ​​che si trovano nelle fibre muscolari scheletriche e cardiache. Esistono tre tipi di troponina: la troponina C, la troponina T e la troponina I. La troponina C avvia la contrazione muscolare legando il calcio e muove la troponina I in modo che le due proteine ​​che trascinano la fibra muscolare possano interagire. La troponina T ancora il complesso della troponina alla struttura delle fibre muscolari.

Ci sono scarse differenze tra la troponina C del muscolo scheletrico e cardiaco, ma le forme di troponina I e troponina T sono invece diverse.

Normalmente, la troponina è presente in quantità molto piccole a non rilevabili nel sangue. Quando c’è un danno alle cellule del muscolo cardiaco, la troponina viene rilasciata nel sangue. Più il danno è esteso, maggiore è la concentrazione nel sangue.

La troponina cardiaca I e la troponina cardiaca T sono oggi i biomarcatori di base per la diagnosi di infarto miocardico acuto.

D’altra parte però anche altre situazioni, cardiache e non cardiache, posso indurre un incremento di questo indice, quali ad esempio la fibrillazione atriale, l’embolia polmonare o il semplice esercizio fisico. In alcuni di questi soggetti, non è possibile identificare però una precisa eziologia.

La troponina nei pazienti acuti: lo studio

Gli autori di questo nuovo studio hanno voluto valutare l’associazione tra livelli di troponina cardiaca e gli esiti clinici, anche nel lungo termine, in pazienti con sospetta sindrome coronarica acuta, dimessi senza una diagnosi specifica.

Per fare questo hanno esaminato un registro sanitario svedese che includeva oltre 48.000 pazienti (SWEDEHEART). I pazienti sono stati stratificati in quattro coorti. La prima ha incluso pazienti con livelli di troponina inferiori o uguali al 99° percentile. Le successive tre per i livelli più alti, in base ai terzili.

I risultati hanno evidenziato che i pazienti appartenenti alla prima coorte erano circa il 20% dell’intera popolazione studiata.  La prevalenza dei fattori di rischio cardiovascolare, così come le comorbilità cardiovascolari e non cardiovascolari sono risultate aumentate per valori più alti di troponina.

Nel corso di un follow-up di quasi 5 anni, il 15,4% dei pazienti hanno fatto registrare un evento avverso maggiore (MAE), definito come il composito di mortalità per tutte le cause, infarto miocardico, riammissione per insufficienza cardiaca o ictus. Il rischio di sviluppare uno di questi eventi era associato a livelli più elevati di troponina.

Una troponina elevata da non trascurare

Questi risultati delineano l’importante significato prognostico dei valori di troponina cardiaca, anche in assenza di un episodio acuto di danno miocardico o della presenza di comorbidità cardiovascolari.

Ne risulta l’importanza di una stretta sorveglianza dei pazienti in cui non è stabilita una diagnosi definitiva ma che presentano livelli elevati di questo indice.

 

Franco Folino

 

Kai M. Eggers, et al. Cardiac Troponin Elevation in Patients Without a Specific Diagnosis. J Am Coll Cardiol 2019; 73: 1-9.

 

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