Stanchezza cronica: risultati deludenti per rituximab

In uno studio di 3, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, la riduzione dei linfociti B, utilizzando infusioni ripetute di rituximab in un periodo di 12 mesi non era associata ad un miglioramento clinico nei pazienti con sindrome da encefalomielite mialgica o stanchezza cronica. I risultati di questa sperimentazione sono stati pubblicati nei giorni scorsi sulla rivista Annals of Internal Medicine.

La stanchezza cronica, tecnicamente encefalomielite mialgica

Non è noto quale sia la causa della encefalomielite mialgica, ma la malattia è associata a una sostanziale morbilità. I pazienti riportano malessere, affaticamento, disturbi del sonno, sintomi cognitivi, ipersensibilità sensoriale e altri sintomi legati alla funzione neurovegetativa o immunitaria.

La malattia è associata a una qualità della vita notevolmente ridotta e ad alti costi socioeconomici. Nessun trattamento si è dimostrato efficace. Tuttavia, precedenti sperimentazioni di fase 2 hanno indicato un beneficio dalla riduzione dei linfociti B.

Uno studio norvegese

I ricercatori dell’Ospedale universitario di Haukeland, in Norvegia, hanno assegnato casualmente 151 adulti con encefalomielite mialgica a ricevere placebo (74 pazienti) o rituximab durante il periodo di studio. I partecipanti hanno ricevuto un’infusione con il trattamento o un’infusione simulata, seguita da 4 infusioni di mantenimento a 3, 6, 9 e 12 mesi.

In un periodo di follow-up di due anni i ricercatori hanno valutato i punteggi di affaticamento e di funzionalità auto-riferita.

In contrasto con quanto osservato in precedenti sperimentazioni di fase 1 e 2, gli autori non hanno rilevato differenze statisticamente significative tra i due gruppi di studio, in nessuna misura. Secondo gli autori, questi risultati indeboliscono il ruolo del rituximab nel trattamento della encefalomielite mialgica.

Stanchezza cronica: una malattia eterogenea

L’autore di un editoriale di accompagnamento della Johns Hopkins University School of Medicine elogia la solida metodologia e osserva che una sfida sostanziale nella ricerca sull’encefalomielite mialgica è l’eterogeneità della malattia. Per questo motivo, la ricerca futura dovrebbe essere stratificata in base alla durata della malattia e potrebbe dover escludere o ospitare sottogruppi specifici, come quelli che difficilmente reagiranno al trattamento e quelli con una riacutizzazione corrente durante il periodo di studio.

 

 

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