Diabete tipo 2: la vitamina D non riduce il rischio di sviluppare la malattia

In persone ad alto rischio di diabete di tipo 2, l’assunzione di vitamina D3 non comporta una riduzione delle probabilità di sviluppare la malattia. Sono questi i risultati di un recente studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, che sembrano non lasciare speranze all’utilizzo di questi integratori.

Diabete tipo 2 e vitamina D

Il diabete mellito di tipo 2 è una malattia eterogenea, dove coesistono insulino-resistenza e compromissione della secrezione di insulina. La vitamina D è una vitamina liposolubile con un ruolo consolidato nel metabolismo del calcio.

Negli ultimi anni, un basso livello di vitamina D è emerso come possibile fattore di rischio per il diabete di tipo 2 e a sua volta la somministrazione di integratori di vitamina D è stata proposta come potenziale terapia per ridurre il rischio di sviluppare il diabete.

Diversi studi osservazionali hanno indicato un’associazione tra carenza di vitamina D e insorgenza e progressione del diabete di tipo 2. Bassi livelli di vitamina D nel sangue sono stati associati sia ad una funzionalità ridotta delle cellule beta-pancreatiche, sia all’insulino-resistenza.

Studi in vivo e in vitro hanno proposto potenziali ruoli della vitamina D nel metabolismo del glucosio. Potrebbe, ad esempio stimolare la secrezione di insulina attraverso il suo recettore sulle cellule β pancreatiche. Oppure, potrebbe modulare le risposte immunitarie e ridurre l’infiammazione sistemica. Un altro meccanismo potenzialmente implicato sarebbe quello legato ad una riduzione della resistenza periferica all’insulina, attraverso la stimolazione dei recettori per la vitamina D nei muscoli e nel fegato.

Nonostante queste buone premesse, i risultati degli studi interventistici che hanno utilizzato la vitamina D a livello di popolazione sono stati contrastanti.

Integratori di vitamina D e diabete: lo studio

Lo studio ha incluso soggetti che presentavano due dei tre criteri per la diagnosi di prediabete: livello glicemico a digiuno, da 100 a 125 mg per decilitro; livello di glucosio plasmatico 2 ore dopo un carico glicemico di 75 g, da 140 a 199 mg per decilitro; livello di emoglobina glicata, dal 5,7 al 6,4%. Al contempo questi soggetti non dovevano presentare alcun criterio diagnostico per il diabete.

I 2.423 soggetti inclusi avevano un’età media di 60 anni e sono stati randomizzati ad un trattamento con 4.000 UI al giorno di vitamina D3 o placebo, indipendentemente dal livello basale di 25-idrossivitamina D.

Nessun risultato favorevole

Dopo due anni di trattamento il livello medio di vitamina D nel sangue era passato da 27.7 a 54,3 ng per millilitro nel gruppo in trattamento attivo e da 28,2 a 28,8 ng per millilitro nel gruppo placebo.

Dopo un follow-up mediano di 2,5 anni, il diabete è stato diagnosticato in 293 partecipanti al gruppo vitamina D e in 323 del gruppo placebo (HR 0,88). Per quanto riguarda la sicurezza del trattamento, l’incidenza di eventi avversi non era differente nei due gruppi.

Un trattamento inutile per la prevenzione del diabete di tipo 2

I risultati di questo studio lasciano poco spazio alle interpretazioni e poche speranze ai pazienti ad alto rischio per il diabete di tipo 2.

La somministrazione regolare e prolungata di vitamina D non è stata infatti in grado di prevenire la comparsa della malattia, in soggetti con livelli ematici normali di 25-idrossivitamina D alla visita basale. L’ipotesi che il mantenimento di livelli adeguati di questa vitamina possa impedire lo sviluppo del diabete, pur basata su plausibili meccanismi fisiopatologici, non trova un riscontro sul piano clinico.

Un ulteriore approfondimento sperimentale su questo argomento, per provare a dar forza agli studi che avevano evidenziato effetti postivi del trattamento con vitamina D, potrebbe indirizzarsi alla valutazione di specifici sottogruppi di pazienti.

 

Franco Folino

 

Anastassios G. Pittas, et al. Vitamin D Supplementation and Prevention of Type 2 Diabetes. New Eng J Med, June 2019.

 

 

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