Omega-3 più elevati nel sangue si associano ad un minor rischio di insufficienza cardiaca

Sono passati una ventina di anni da quando gli omega-3 erano saliti alla ribalta come una possibile terapia aggiuntiva per ridurre il rischio cardiovascolare, nei pazienti con infarto miocardico. L’entusiasmo iniziale si è però affievolito con la pubblicazione di altri studi sull’argomento che presentavano risultati contrastanti.

Così, con il passare del tempo, la prescrizione di questi integratori si è fatta via via sempre più rara.

Più recentemente, il suo impiego è stato proposto nei pazienti con insufficienza cardiaca e un recente studio, pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, sembra confermare la sua importanza in questo campo.

Omega 3 e disfunzione contrattile

Differenti studi hanno evidenziato una potenziale utilità sia gli acidi grassi polinsaturi omega-3 (PUFA), sia l’acido eicosapentaenoico (EPA), nel migliorare gli esiti clinici in pazienti con scompenso cardiaco. Gli autori di questo nuovo studio anno però considerato anche il presupposto che entrambe queste molecole hanno dimostrato di prevenire la disfunzione contrattile e la fibrosi, in un modello murrino di insufficienza cardiaca.

Scompenso cardiaco e omega 3: lo studio

I ricercatori hanno così cercato di valutare se la concentrazione plasmatica di EPA fosse associata ad eventi clinici di insufficienza cardiaca.

Per fare questo, hanno utilizzato i dati del Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA), uno studio longitudinale che ha valutato la prevalenza, i fattori di rischio e la progressione della malattia cardiovascolare subclinica, in differenti gruppi etnici negli Stati Uniti.

Nell’analisi, che ha riguardato complessivamente oltre 6.500 pazienti (range età 45-84 anni), sono stati considerati anche i sottogruppi di insufficienza cardiaca, con frazione di eiezione ridotta e con frazione di eiezione conservata. Il follow-up mediano è stato di 13 anni.

Concentrazioni ematiche di EPA ed eventi clinici

La concentrazione ematica di EPA è risultata superiore nei soggetti senza scompenso cardiaco (0,76% versus 0,69%). Il logaritmo della sua concentrazione è risultato associato ad una minore incidenza di insufficienza cardiaca. Le associazioni sono state confermate anche quando l’analisi è stata aggiustata per differenti variabili confondenti.

Meno EPA, maggiore il rischio di insufficienza cardiaca

Questo nuovo studio sembra quindi portare altri riscontri positivi in favore degli omega-3 nella riduzione del rischio di insufficienza cardiaca.

L’analisi condotta nei sottogruppi, ha evidenziato come le concentrazioni ematiche di EPA erano inversamente correlate all’incidenza di insufficienza cardiaca sia nei pazienti con frazione di eiezione ridotta che conservata.

Inoltre, questa associazione inversa è stata rilevata anche per altri PUFA ed è stata particolarmente pronunciata quando sono state considerate, in combinazione, le concentrazioni di EPA e acido docosaesaenoico.

 

Franco Folino

 

Robert C Block, et al. Predicting risk for incident HF with Omega-3 Fatty Acids: from MESA. Journal of the American College of Cardiology, luglio, 2019.

 

 

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