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Quindici biomarcatori ematici che possono predire la mortalità a 5 e 10 anni.

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I biomarcatori in medicina hanno una grande importanza per la diagnosi e la stratificazione prognostica di differenti malattie. Un recente studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, identifica ora 14 biomarcatori nel sangue che si associano alla mortalità per tutte le cause. Grazie a questi indici si potrebbe riuscire a migliorare la previsione del rischio di mortalità a 5 e 10 anni rispetto ai metodi attuali.

Prevedere la mortalità

Esistono differenti metodi per calcolare la mortalità futura, i più utilizzati sono quelli che stratificano il rischio cardiovascolare, permettendo di identificare i pazienti in cui è preferibile un intervento più aggressivo.

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Precedenti studi hanno analizzato i profili dei metaboliti nel sangue, e altri parametri fisiologici, al fine di identificare i biomarcatori che potrebbero essere utilizzati per prevedere il rischio di mortalità. Tuttavia, non esiste consenso su quali sono gli indici predittivi che potrebbero essere utilizzati per determinare il rischio di mortalità a lungo termine (5-10 anni).

Quattordici biomarcatori

Joris Deelen e colleghi hanno eseguito la profilazione della metabolomica in un totale di 44.168 individui, provenienti da 12 coorti, con partecipanti che abbracciavano un intervallo di età variabile dai 18 ai 109 anni, tutti di origine europea.

Da questa indagine gli autori hanno identificato 14 metaboliti associati alla mortalità per tutte le cause. È noto che questi biomarcatori sono coinvolti in vari processi tra cui il metabolismo delle lipoproteine ​​e degli acidi grassi, la glicolisi e l’infiammazione.

Tra questi vi sono parametri classici, come il glucosio, ed altri più inusuali, quali il lattato, l’istidina, la leucina e la fenilalanina.

Gli autori hanno quindi utilizzato i metaboliti identificati per costruire un modello che prevede il rischio di mortalità a 5 e 10 anni. Il modello ha mostrato livelli di accuratezza maggiori in tutte le età rispetto a un modello che utilizzava fattori di rischio convenzionali.

Gli autori suggeriscono che un punteggio di rischio basato su questi 14 biomarcatori e sul sesso potrebbe essere utilizzato nella pratica clinica per guidare le strategie di trattamento.

 

 

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