Riacutizzazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva: meglio usare gli antibiotici

Gli antibiotici e i corticosteroidi sistemici fanno aumentare la percentuale di successi nel trattamento degli adulti con esacerbazione da lieve a grave della broncopneumopatia cronica ostruttiva. Una revisione sistematica della letteratura su questo argomento, con metanalisi, è pubblicata nei giorni scorsi sulla rivista Annals of Internal Medicine.

La broncopneumopatia cronica ostruttiva

La broncopneumopatia cronica ostruttiva è una malattia caratterizzata da frequenti esacerbazioni che sono spesso trattate con antibiotici, corticosteroidi sistemici e broncodilatatori a breve durata d’azione. Non era però stato ancora chiarito se realmente tutti i pazienti, in particolare quelli con lievi esacerbazioni, trattati a domicilio, beneficiassero di questo tipo di trattamento.

Broncopneumopatia cronica ostruttiva: il trattamento delle riacutizzazioni

Per confrontare l’efficacia di questi trattamenti, i ricercatori della Mayo Clinic hanno analizzato 68 studi randomizzati e controllati che hanno arruolato adulti con esacerbazione della broncopneumopatia cronica ostruttiva. Questi pazienti erano stati trattati in regime ambulatoriale o ospedaliero, ma non erano stati ricoverati in terapia intensiva. Gli studi avevano confrontato le terapie farmacologiche con placebo, “cure abituali” o altri interventi farmacologici.

Le riacutizzazioni della broncopneumopatia cronica ostruttiva: meglio utilizzare gli antibiotici

I ricercatori hanno scoperto che rispetto a un trattamento con placebo o a una gestione della riacutizzazione senza l’utilizzo di antibiotici, questi farmaci antimicrobici, somministrati per un periodo variabile tra i 3 e i 14 giorni, si associavano a un miglioramento dell’esacerbazione alla fine dell’intervento.

Inoltre, gli antibiotici riducevano i casi in cui si verificava un fallimento del trattamento alla fine dell’intervento, indipendentemente dalla gravità delle esacerbazioni, sia in pazienti ambulatoriali sia in quelli ospedalieri.

Rispetto al placebo, nei pazienti ambulatoriali e in quelli ricoverati, i corticosteroidi sistemici somministrati da nove a 56 giorni sono stati associati a un minor fallimento del trattamento alla fine dell’intervento, ma anche a un numero maggiore di eventi avversi totali ed endocrini. Sfortunatamente, i dati a disposizione non erano sufficienti per confrontare altri interventi farmacologici.

 

 

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

nove − 2 =