Fibrillazione atriale e rivascolarizzazione coronarica: qual è il miglior trattamento antitrombotico?

Nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare sottoposti a rivascolarizzazione coronarica percutanea (PCI) l’uso della doppia terapia con anticoagulante orale diretto (DOAC) più un inibitore P2Y12 si è associato a un ridotto rischio di sanguinamento maggiore rispetto alla triplice terapia con antagonista della vitamina K (VKA), aspirina e inibitore P2Y12. Sono questi i risultati di una revisione sistematica e meta-analisi, pubblicati sulla rivista Annals of Internal Medicine.

Cardiopatia ischemica e fibrillazione atriale

I pazienti con cardiopatia ischemica e fibrillazione atriale sottoposti a rivascolarizzazione coronarica percutanea creano un problema clinico non indifferente. Non è chiaro quale regime antitrombotico sia più appropriato per prevenire eventi cardiovascolari avversi maggiori in tali pazienti. Le evidenza scientifiche favoriscono gli anticoagulanti diretti rispetto agli antagonisti della vitamina K per la gestione della fibrillazione atriale. Quando però è necessaria anche la terapia antipiastrinica, dopo un intervento di rivascolarizzazione, studi recenti hanno valutato un approccio alternativo: la doppia terapia composta da un DOAC e un inibitore P2Y12, rispetto alla tripla che comprende un VKA e DAPT (doppia terapia antipiastrinica).

Teoricamente, i benefici cardiovascolari ottenuti usando la tripliplice terapia potrebbero essere compensati da un rischio maggiore di sanguinamento, mentre la sospensione dell’aspirina potrebbe portare a tassi più elevati di trombosi dello stent e di eventi ischemici.

Più eventi ischemici con la doppia terapia

I ricercatori della West Virginia University e della Johns Hopkins University hanno esaminato 4 studi che hanno coinvolto quasi 8.000 pazienti, in cui sono stati esaminati gli effetti della doppia terapia, rispetto alla triplice, sul sanguinamento e sugli esiti ischemici, negli adulti con fibrillazione atriale dopo rivascolarizzazione coronarica.

Al follow-up mediano di 1 anno, prove di elevata certezza hanno mostrato che la doppia terapia era associata a un ridotto rischio di sanguinamento maggiore rispetto alla tripla terapia. Prove di scarsa certezza hanno mostrato effetti inconcludenti della terapia doppia rispetto a quella triplice sui rischi di mortalità per qualsiasi causa, mortalità cardiovascolare, infarto del miocardio, trombosi dello stent e ictus.

I risultati, comprese le analisi di sensibilità, erano tuttavia compatibili con un possibile aumento del rischio di endpoint ischemici con l’uso della terapia doppia rispetto a quella triplice.

 

 

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