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Malattie della retina: fibroblasti modificati potrebbero migliorare la vista

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I fibroblasti possono essere riprogrammati chimicamente per produrre cellule simili a fotorecettori che si sono dimostrati in grado di ripristinare la vista nei topi. I risultati di questa interessante ricerca sono stati pubblicati nei giorni scorsi sulla rivista Nature.

La degenerazione maculare e le altre malattie della retina

La perdita di fotorecettori, ovvero le cellule presenti nella retina che percepiscono la luce, è l’effetto finale comune nella maggior parte delle malattie della retina, come la degenerazione maculare legata all’età e la retinopatia diabetica. Questa perdita di cellule specializzate porta alla cecità irreversibile. La riprogrammazione chimica delle cellule può potenzialmente aiutare a invertire la perdita della vista, ma la generazione di nuove cellule sensoriali, come i fotorecettori, era una sfida ancora aperta.

Sai Chavala e colleghi hanno identificato un insieme di cinque composti che possono guidare la conversione dei fibroblasti, un tipo di cellula che mantiene l’integrità strutturale del tessuto connettivo, in cellule simili ai bastoncelli, fotorecettori presenti nella retina. Queste nuove cellule con capacità da fotorecettori sono state chiamate “cellule fotorecettrici indotte chimicamente” (chemically induced photoreceptor cells – CiPC). La profilazione dell’espressione genica dei CiPC, derivati ​​dai fibroblasti embrionali di topo, ha rivelato che erano simili ai fotorecettori a bastoncino.

Il ripristino della funzione visiva con cellule indotte chimicamente

Gli autori hanno quindi trapiantato le CiPC negli occhi di 14 topi che avevano degenerazione della retina, per testare se queste cellule erano in grado di ripristinare il riflesso e la visione della pupilla. Hanno scoperto che sei dei topi avevano migliorato la risposta della pupilla in condizioni di scarsa luminosità, tre e quattro settimane dopo il trapianto. Il ripristino della funzione visiva in questi sei topi è stato quindi valutato utilizzando un test di avversione alla luce, un test basato sul fatto che i topi in grado di vedere tendono a favorire gli spazi oscuri. Nel corso dell’esperimento, i sei topi che avevano subito il trapianto di CiPC sono stati trovati a trascorrere più tempo in uno spazio buio rispetto a un modello di topo cieco.

Ovviamente siamo ancora molto lontani dall’ipotesi di rendere la vista ai pazienti con degenerazione retinica, ma i risultati ottenuti in questo studio sono certamente promettenti e possono indicare la strada ad altre ricerche in questo campo, condotte sull’uomo.

 

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