La cura dell’epatite C con antivirali riduce la mortalità e il rischio di sviluppare un carcinoma

Il trattamento dell’epatite C cronica con antivirali si associa a un ridotto rischio di mortalità e cancro al fegato. Questo è quanto emerge dal primo studio prospettico longitudinale che ha valutato l’efficacia clinica di queste cure, recentemente pubblicato sulla rivista The Lancet.

Per ragioni etiche non è stato possibile disegnare una sperimentazione che comprendesse un braccio di controllo. I ricercatori hanno quindi impostato uno studio osservazionale di circa 10.000 pazienti. Al follow-up, circa tre quarti erano stati trattati con antivirali ad azione diretta e un quarto non erano stati trattati. L’incidenza della morte e del carcinoma epatocellulare – la forma più comune di cancro al fegato – erano significativamente diminuiti nei pazienti trattati. Al contrario il rischio di sviluppare una cirrosi epatica scompensata non è stato ridotto dal trattamento.

L’infezione da epatite C

In tutto il mondo, circa 71 milioni di persone sono cronicamente infette dal virus dell’epatite C. L’infezione causa complicazioni come cirrosi, malattie del fegato, carcinoma epatocellulare e molte persone muoiono per queste conseguenze.

Negli ultimi 15 anni, queste complicazioni sono triplicate e i modelli prevedono che raggiungeranno il picco tra il 2030 e il 2035. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fissato precisi obiettivi per l’eliminazione dell’epatite C e una riduzione delle complicanze ad essa correlate. Recentemente, uno studio di modellizzazione pubblicato su The Lancet ha rilevato che è possibile compiere importanti progressi verso questi obiettivi entro il 2030, ma richiederà enormi miglioramenti nello screening, nella prevenzione e nel trattamento.

Un precedente lavoro aveva dimostrato una riduzione del rischio di complicanze e della mortalità in pazienti trattati con interferone o antivirali ad azione diretta, ma pochi studi hanno confrontato pazienti trattati e non trattati.

I farmaci antivirali ad azione diretta

L’obiettivo dei farmaci antivirali ad azione diretta è ottenere una risposta virologica sostenuta, il che significa che il virus non è più rilevabile nel sangue dei pazienti. Una recente Cochrane Review non ha evidenziato alcun elemento in favore o contrario al trattamento che abbia un effetto a lungo termine su morte e malattia, quindi questo ampio studio è tempestivo e può aiutare medici e pazienti a stabilire la strategia di trattamento.

Epatite C e farmaci antivirali

In questo studio, 10.166 pazienti sono stati reclutati da 32 centri in Francia. A una mediana di 33 mesi, 9.955 pazienti hanno avuto informazioni di follow-up disponibili e sono stati inclusi nell’analisi, con 7.344 trattati con antivirali ad azione diretta e 2,551 non trattati. Durante il follow-up sono morti 218 pazienti (129 trattati, 89 non trattati), 258 hanno riportato carcinoma epatocellulare (187 trattati, 71 non trattati) e 106 una cirrosi scompensata (74 trattati, 32 non trattati).

Nel complesso, lo studio ha rilevato che il trattamento antivirale ad azione diretta è associato a un rischio ridotto di mortalità globale e cancro epatocellulare, ma non di scompenso della cirrosi.

I ricercatori hanno inizialmente riscontrato un aumento del rischio associato al trattamento con un antivirale ad azione diretta, ma una volta aggiustati per variabili quali età, sesso, indice di massa corporea, gravità della malattia epatica, origine geografica, via di infezione e altri fattori, hanno evidenziato un rischio ridotto.

Mortalità e carcinoma epatocellulare

I pazienti trattati avevano il 52% in meno di probabilità di morire prematuramente rispetto alle persone che non erano state trattate e il 33% in meno di probabilità di presentare carcinoma epatocellulare (il rischio aggiustato stimato di sviluppare carcinoma epatocellulare entro un anno in pazienti non trattati nella coorte era di 129 casi su 10.000 pazienti e di 86 su 10.000 nelle persone trattate).

In un sottogruppo di 3.045 pazienti con cirrosi al basale, è stata trovata la stessa associazione per la mortalità e il cancro epatocellulare, a condizione che i pazienti avessero raggiunto un livello non rilevabile di virus C nel sangue. I ricercatori ritengono che ciò sia dovuto al fatto che il trattamento induce una risposta virologica sostenuta, consentendo al fegato di rigenerarsi, riducendo così il rischio.

 

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

venti + sei =