Empagliflozin: il farmaco antidiabetico che protegge il cuore

Empagliflozin riduce il rischio di morte cardiovascolare o ospedalizzazione per insufficienza cardiaca nei pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione ridotta. È questo il risultato principale dello studio EMPEROR-Reduced, presentato nel corso del Congresso ESC 2020 e recentemente pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Empagliflozin: gli inibitori SGLT2

Gli inibitori SGLT2 esercitano la loro azione inibendo la proteina di trasporto sodio-glucosio 2 (SGLT2) ed hanno come principale effetto metabolico l’inibizione del riassorbimento del glucosio nei reni, riducendo quindi la glicemia. Gli inibitori SGLT2 sono comunemente utilizzati nel trattamento del diabete mellito di tipo II, ma nel corso degli ultimi anni sono stati evidenziati altri effetti positivi associati al loro utilizzo. Tra questi vi sono la riduzione del peso corporeo, della pressione arteriosa e una riduzione degli eventi cardiovascolari. Inoltre, questi farmaci sembrano esercitare effetti protettivi su fegato, rene e normalizzare il profilo lipidico.

In particolare, differenti studi hanno dimostrato come nei pazienti con diabete di tipo 2, gli inibitori SGLT2 riducono il rischio di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca e di eventi avversi renali gravi.

Empagliflozin nei pazienti con insufficienza cardiaca: lo studio EMPEROR

Lo studio EMPEROR-Reduces è stato disegnato per valutare gli effetti di empagliflozin in pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione ridotta, con o senza diabete, che stavano già ricevendo tutti i trattamenti appropriati per l’insufficienza cardiaca.

L’endpoint primario era un composito di morte cardiovascolare o ospedalizzazione per insufficienza cardiaca. Gli endpoint secondari includevano esiti renali avversi, definiti come dialisi cronica o trapianto renale o riduzione sostenuta della velocità di filtrazione glomerulare stimata.

Adeguando l’eleggibilità in base ai livelli del peptide natriuretico in relazione alla frazione di eiezione di base, lo studio ha arruolato preferenzialmente pazienti a rischio più elevato, che non erano stati ben rappresentati negli studi precedenti.

Più precisamente, per essere inclusi nello studio i pazienti, con o senza diabete, dovevano aver avuto un’ospedalizzazione per insufficienza cardiaca nei 12 mesi precedenti o un livello particolarmente alto di NT-proBNP, che doveva essere di almeno 1.000 pg per millilitro in quelli con una frazione di eiezione dal 31 al 35% o un livello di almeno 2.500 pg per millilitro in quelli con una frazione di eiezione dal 36 al 40%. Il livello di NT-proBNP scendeva ad almeno 600 pg per millilitro in quelli con una frazione di eiezione del 30% o inferiore. Queste soglie di NT-proBNP sono state raddoppiate nei pazienti con fibrillazione atriale.

I pazienti sono stati assegnati in modo casuale ad assumere empagliflozin 10 mg una volta al giorno o placebo.

Empagliflozin nei pazienti con insufficienza cardiaca: ricoveri ridotti del 30%

Lo studio ha arruolato 3.730 pazienti con un’età media di 67 anni per i pazienti in trattamento attivo e 66 anni per quelli del gruppo placebo. La frazione di eiezione ventricolare media è risultata del 28% nei pazienti in trattamento attivo e del 27% nel gruppo di controllo. I valori di NT-proBNP mediani sono risultati rispettivamente di 1887 e 1926 pg/ml.

Durante un follow-up mediano di 16 mesi, l’endpoint primario si è verificato in 361 pazienti nel gruppo empagliflozin e in 462 pazienti nel gruppo placebo (hazard ratio 0,75). Empagliflozin ha ridotto i ricoveri totali per insufficienza cardiaca di circa il 30% (hazard ratio 0,70).

Esiti renali avversi si sono verificati in 30 pazienti nel gruppo empagliflozin e 58 pazienti nel gruppo placebo (hazard ratio 0,50).

Al contrario, le infezioni del tratto genito-urinario non complicate sono state più comuni nel gruppo empagliflozin (1,3% vs. 0,4%), ma la frequenza di ipotensione, deplezione del volume e ipoglicemia erano simili nei due gruppi.

Il ricercatore principale dello studio, il Dr. Milton Packer del Baylor University Medical Center, di Dallas, in Texas, ha dichiarato: “Empagliflozin ha ridotto del 30% il rischio di gravi eventi di insufficienza cardiaca e del 50% il rischio di esiti avversi renali gravi. Questo studio estende i benefici degli inibitori SGLT2 ai pazienti ad alto rischio e mostra per la prima volta un beneficio significativo sugli esiti renali nei pazienti con insufficienza cardiaca”.

Il dottor Packer ha aggiunto: “Sulla base dei risultati combinati del nostro studio (insieme al precedente studio con dapagliflozin), riteniamo che l’inibizione di SGLT2 con empagliflozin e dapagliflozin diventerà ora un nuovo standard di cura per i pazienti con insufficienza cardiaca e ridotta frazione di eiezione.”

Empagliflozin: dalla diabetologia alla cardiologia

Quest’ultima dichiarazione del Dr. Packer sembra essere fondata. I risultati ottenuti dallo studio EMPEROR-Reduced sono così marcatamente significativi che invitano fin da subito a considerare l’utilizzo di empagliflozin nei pazienti con frazione di eiezione ridotta, anche se non sono diabetici.

Questa molecola conferma quindi il suo effetto protettivo nei confronti di differenti organi, e in particolare nei confronti di cuore e rene. Il suo meccanismo d’azione è probabilmente molto complesso, tanto che gli autori dello studio evitano accuratamente di cercare spiegazioni fisiopatologiche, avventurandosi in concetti speculativi difficilmente dimostrabili.

Certo è che questo farmaco sembra ormai svincolarsi dalle rigide indicazioni legate al diabete e intraprendere un più che promettente futuro in ambito cardiologico.

 

Franco Folino

 

 

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