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Se il permafrost si scioglie non rilascia solo metano, ma anche batteri e virus

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Idealised Arctic permafrost ecosystem with potential hazard storage locations, noting contaminants and microorganisms corresponding to specific soil horizons. Copyright Miner, K.R., D’Andrilli, J., Mackelprang, R. et al. Emergent biogeochemical risks from Arctic permafrost degradation. Nature Climate Change 11, 809–819 (2021).

Il permafrost è un tipo di terreno che si trova comunemente nelle regioni fredde ed è per questo perennemente congelato. Si trova in Alaska, in Siberia e nelle regioni più settentrionali del continente europeo, coprendo circa 23 milioni di chilometri quadrati nell’emisfero settentrionale.

La maggior parte del permafrost nell’Artico ha fino a un milione di anni: in genere più è profondo, più è vecchio.

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Da molti anni questo tipo di superficie è sotto attento controllo, perché con il riscaldamento globale si stanno via via allungando i periodi in cui si scioglie. Questo fenomeno rende il permafrost più permeabile ai gas normalmente intrappolati sotto il suo mantello, in particolare il metano, che vengono così rilasciati nell’atmosfera. L’aumento delle concentrazioni di metano nell’aria innesca un circolo vizioso, facendo ancor più incrementare la temperatura del nostro pianeta.

Sebbene questi fenomeni sollevino non poche preoccupazioni, una nuova ricerca rivela che i potenziali effetti del disgelo del permafrost potrebbero rappresentare anche gravi minacce per la salute.

Un riscaldamento dell’Artico molto più veloce

Nell’ambito del progetto ESA-NASA Arctic Methane and Permafrost Challenge, una nuova ricerca ha rivelato che il rapido scongelamento del permafrost nell’Artico è in grado di causare il rilascio di batteri resistenti agli antibiotici, virus sconosciuti e persino scorie radioattive dai reattori nucleari e dai sottomarini della Guerra Fredda.

Oltre ai microbi, il permafrost ha ospitato per millenni una vasta gamma di composti chimici, che si sono formati attraverso processi naturali, incidenti o stoccaggio deliberato. Tuttavia, con i cambiamenti climatici che causano un riscaldamento dell’Artico molto più veloce rispetto al resto del mondo, si stima che entro il 2100 potrebbero andare persi fino a due terzi del permafrost più superficiale.

Il disgelo del permafrost rilascia gas serra – anidride carbonica e metano – nell’atmosfera, oltre a causare bruschi cambiamenti al paesaggio.

Tuttavia, una ricerca, pubblicata di recente sulla rivista Nature Climate Change, ha scoperto che le implicazioni della diminuzione del permafrost potrebbero essere molto più diffuse, per il potenziale rilascio di batteri, virus sconosciuti, scorie nucleari, radiazioni e altre sostanze chimiche preoccupanti.

Il documento descrive come il permafrost profondo, a una profondità di oltre tre metri, sia uno dei pochi ambienti sulla Terra che non è stato esposto ai moderni antibiotici. È stato scoperto che più di 100 diversi microrganismi nel permafrost profondo della Siberia sono resistenti agli antibiotici. Mentre il permafrost si scioglie, è possibile che questi batteri si mescolino con l’acqua di fusione e creino nuovi ceppi resistenti agli antibiotici.

Inquinanti e le sostanze chimiche

Un altro rischio riguarda i sottoprodotti dei combustibili fossili, introdotti negli ambienti del permafrost dall’inizio della rivoluzione industriale. L’Artico contiene anche depositi di metalli naturali, tra cui arsenico, mercurio e nichel, che sono stati estratti per decenni e hanno causato un’enorme contaminazione da materiale di scarto su decine di milioni di ettari.

Gli inquinanti e le sostanze chimiche ora vietati, come l’insetticida dicloro-difenil-tricloroetano, DDT, che sono stati trasportati nell’Artico atmosferica e nel tempo sono rimasti intrappolati nel permafrost, sono a rischio di ritornare nell’atmosfera.

Inoltre, l’aumento del flusso d’acqua significa che gli inquinanti possono disperdersi ampiamente, danneggiando le specie animali e di uccelli ed entrando nella catena alimentare umana.

C’è anche un maggiore spazio per il trasporto di inquinanti, batteri e virus. Negli ultimi 70 anni sul permafrost sono stati creati più di 1.000 insediamenti, che si tratti di estrazione di risorse, progetti militari e scientifici. Questo aumenta la probabilità di contatto o rilascio accidentale.

Nonostante i risultati della ricerca, si afferma che i rischi derivanti dai microrganismi e dalle sostanze chimiche emergenti all’interno del permafrost sono scarsamente compresi e ampiamente non quantificati.

L’autore principale della recensione, Kimberley Miner, del Jet Propulsion Laboratory della NASA, ha dichiarato: “Abbiamo una comprensione molto ridotta di che tipo di estremofili – microbi che vivono in molte condizioni diverse per lungo tempo – hanno il potenziale per riemergere. Questi sono microbi che si sono coevoluti con cose come bradipi giganti o mammut, e non abbiamo idea di cosa potrebbero fare una volta rilasciati nei nostri ecosistemi.

 

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