Home Gastroenterologia Gli anticorpi monoclonali per la cura della malattia di Crohn: il risankizumab

Gli anticorpi monoclonali per la cura della malattia di Crohn: il risankizumab

949
0
Malattia di Crohn nella mucosa dell'esofago. Nephron

La malattia di Crohn è un’affezione infiammatoria intestinale che coinvolge la parete superficiale del tratto digestivo, causando dolore addominale, diarrea grave, affaticamento, perdita di peso e malnutrizione. Può colpire già nella prima infanzia, così come in tarda età, con un impatto significativo sulla qualità della vita del paziente.

Si caratterizza per la formazione di stenosi, fistole, ulcere e granulomi nella mucosa, interessando principalmente la porzione terminale del colon, ma può compromettere qualsiasi regione del tratto intestinale, dalla bocca al retto.

I trattamenti della malattia di Crohn includono la terapia nutrizionale, l’astensione dal fumo, la terapia farmacologica e, in casi selezionati, la chirurgia.

Gli obiettivi del trattamento farmacologico sono quelli di ridurre i sintomi e mantenere o migliorare la qualità della vita. Tra le molecole utilizzate vi sono i glucocorticoidi, il 5-aminosalicilato, l’azatioprina e il metotressato. Trattamenti alternativi possono essere gli inibitori del TNF-alfa o altri immunomodulatori, mentre più recentemente sono stati testati gli inibitori dell’integrina, gli inibitori della janus chinasi e gli anticorpi monoclonali che agiscono sulle interleuchine 12 e 23.

Proprio riguardo quest’ultimo mediatore dell’infiammazione, è stata pubblicata una sperimentazione di fase 2 che ha analizzato gli effetti del risankizumab, un anticorpo monoclonale, in un gruppo di 121 pazienti con malattia di Crohn.

L’interleuchina 23 è un regolatore chiave della cellula T-helper-17 e della cellula linfoide innata 3, che contribuiscono a loro volta alla produzione di citochine infiammatorie e all’infiammazione tissutale. Il trattamento con risankizumab potrebbe quindi ridurre l’infiammazione mediata dall’interleuchina-23 ma, grazie alla sua selettività, senza influenzare altri meccanismi infiammatori che sono importanti per la modulazione di risposte alle infezioni e allo sviluppo di neoplasie.

Lo studio, pubblicato online su The Lancet lo scorso 12 aprile, ha previsto la somministrazione del risankizumab, 200 o 600mg, per un periodo di 26 settimane, per via sottocutanea, mentre un gruppo di controllo ha ricevuto placebo. L’outcome primario dello studio è stata la remissione clinica nel gruppo in trattamento attivo, definita come un punteggio del Crohn’s Disease Activity Index inferiore a 150 alla dodicesima settimana.

Allo scadere di questo termine la remissione clinica è stata ottenuta nel 24% dei pazienti del gruppo risankizumab 200 mg e nel 37% dei pazienti del gruppo risankizumab 600 mg, mentre nei pazienti del gruppo di controllo la remissione si è verificata solo nel 15% dei casi. Nei gruppi di pazienti in trattamento attivo è stato evidenziato un maggior numero di casi di remissione endoscopica della malattia rispetto al gruppo di controllo.

Dall’analisi dei campioni bioptici raccolti nel colon, nei pazienti in trattamento attivo è stata osservata una significativa riduzione dell’espressione dei geni associati alla risposta immunitaria correlabile all’interleuchina-23.

Questo studio, per quanto condotto in pochi pazienti e per un periodo limitato di tempo, dimostra una chiara efficacia del risankizumab nel miglioramento della malattia di Crohn, confermando i meccanismi patogenetici implicati ed evidenziando un buon profilo di sicurezza.

Il nome della molecola è impronunciabile, ma i risultati sono decisamente incoraggianti.

 

Cover image volume 389, Issue 10078

 

Feagan BG, et al. Induction therapy with the selective interleukin-23 inhibitor risankizumab in patients with moderate-to-severe Crohn’s disease: a randomised, double-blind, placebo-controlled phase 2 study. The Lancet, Published online April 12, 2017.

 

 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui