Chi beve caffè vive più a lungo

Se per molti anni si è continuato a ripetere che l’eccessivo consumo di caffè può essere dannoso per la salute, negli ultimi tempi differenti studi clinici hanno dimostrato come questa bevanda possa invece indurre effetti favorevoli. Basti pensare che proprio un anno fa l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (WHO) aveva annunciato che il caffè può prevenire il cancro, contraddicendo la sua posizione, affermata di 25 anni prima, che sosteneva effetti cancerogeni del caffè.

A confermare in modo consistente le conseguenze benefiche del consumo di caffè, arriva in questi giorni sulle pagine di Annals of Internal Medicine uno studio che ha valutato una vasta popolazione di europei reclutati nello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition). I partecipanti inclusi nell’analisi, oltre 450.000 persone, avevano più di 35 anni e sono stati reclutati tra il 1992 e il 2000. I dieci paesi coinvolti nella sperimentazione sono stati Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

Le informazioni sul consumo del caffè sono state raccolte alla visita basale con questionari o interviste e riportavano il numero di tazze consumate, nonché la quantità bevuta, in millilitri al giorno, armonizzata in base alle dimensioni tipiche delle tazze per ciascun centro.

L’obiettivo principale è stato quello di valutare le associazioni tra consumo di caffè e la mortalità complessiva e per cause specifiche. In un sottogruppo di soggetti, lo studio ha inoltre valutato altre variabili bioumorali, che includevano albumina, fosfatasi alcalina (ALP), alanina amino transferasi (ALT), aspartato amino transferasi (AST), gamma-glutamiltransferasi (GGT), proteina C reattiva ad alta sensibilità, emoglobina glicata, colesterolo HDL e lipoproteina (a).

La quantità giornaliera di caffè bevuto è risultata più elevata in Danimarca (media, 900 ml/giorno) e più bassa in Italia (media, 91 ml/giorno per gli uomini e 93 ml/giorno per le donne). Coloro che consumavano più caffè hanno evidenziato un rischio minore di morte per qualsiasi causa (Hazard Ratio 0,88).

Nel complesso, sono state osservate associazioni inverse e tendenze lineari sia per il consumo di caffè con caffeina, sia per quello decaffeinato, sebbene l’associazione con la mortalità per qualsiasi causa fosse più pronunciata per il caffè decaffeinato, negli uomini. L’incidenza cumulativa di morte fino all’età di 80 anni, nel quartile più elevato di consumo, è stata del 2,2% negli uomini e dello 0,8% nelle donne.

In particolare, è stata dimostrata una forte correlazione inversa tra consumo di caffè e rischio di morte per malattia del tratto digestivo, legata prevalentemente a un’epatopatia. Una relazione inversa è stata inoltre evidenziata per le malattie circolatorie, in particolare nelle donne, e in modo più marcato per la vasculopatia cerebrale.

Bere caffè non sembra invece fornire effetti favorevoli nei confronti delle neoplasie agli uomini, se non per il tumore del polmone in alcuni sottogruppi, mentre al contrario le donne sembrano beneficare della bevanda, per quanto riguarda la mortalità da cancro ovarico.

Infine, le persone con un consumo più elevato di caffè hanno evidenziato valori più bassi di ALP, ALT, AST e GGT.

I risultati che emergono da questo studio sembrano indicare con chiarezza come chi consuma maggiori quantità di caffè abbia una mortalità ridotta, in particolare per le malattie del tratto digestivo e quelle cerebrovascolari; suggeriscono inoltre un effetto benefico della bevanda sulla funzione epatica e una sua azione antinfiammatoria. Questi risultati sono ancor più sorprendenti se si considera che i soggetti che consumavano più caffè fossero più frequentemente fumatori, consumatori di carni rosse e alcol, e mangiavano minori quantità di frutta e verdura.

Al di là dell’indiscutibile solidità dei dati, esistono peraltro alcuni aspetti di questo studio che vanno considerati. Innanzitutto, il consumo di caffè è stato valutato solo alla visita basale. Nel corso dei 16,4 anni di follow-up medio, il consumo di caffè potrebbe essere variato, anche in modo considerevole.

Inoltre, nell’analisi è stato considerato il volume di caffè bevuto, calcolando le dimensioni delle tazze specifiche per il paese del soggetto considerato.  Va però valutato che la concentrazione della bevanda può variare considerevolmente, in base alle modalità di preparazione della bevanda. Così non sappiamo con certezza se una tazza grande con caffè più diluito contenga gli stessi componenti di una tazza piccola, ma con un caffè più concentrato.

A questo punto sarebbe interessante conoscere quali specifici elementi del caffè agiscono in modo così favorevole per la salute. Sapere se si tratta di sostanze contenute esclusivamente nel caffè, o elementi più generici, potenzialmente isolabili e somministrabili in modo indipendente. Per il momento l’unico dato che sembra emergere da questa sperimentazione è che la caffeina non è una sostanza indispensabile per indurre gli effetti favorevoli del caffè. L’obiettivo però sembra complesso, poiché il caffè contiene oltre 1000 differenti sostanze chimiche.

 

Cosa contiene il caffè?

Questi sono i gruppi chimici delle sostanze contenute nel caffè: idrocarboni, alcaloidi, alcoli, aldeidi, chetoni, acidi, anidridi, esteri, lattoni, fenoli, furani, pirani, tiofeni, oxazoli, tiazoli, piridine, pirazine, amine, composti nitrogenati, sulfuri, acqua, minerali, carboidrati, proteine, lipidi, cere e oli.

La caffeina è uno dei principali componenti del caffè ed esercita, com’è noto, un effetto stimolante sul stimolatore del sistema nervoso centrale. Una tazza di caffè “americano” contiene circa 120mg di caffeina; un caffè espresso circa 40-80mg. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), basata a Parma, consiglia di assumere non oltre 400 mg al giorno di caffeina, per non correre rischi per la salute (leggi il documento completo).

Il caffè contiene inoltre sostanze con proprietà antiossidanti, che come sappiamo esercitano effetti positivi sul sistema cardiovascolare e, potenzialmente, sulla patogenesi di alcuni tipi di neoplasie.

Negli ultimi tempi hanno suscitato interesse i diterpeni, contenuti nell’olio del caffè e apparentemente in grado di far aumentare i livelli di colesterolo totale e LDL. Allo stesso tempo però alcuni studi sembrano dimostrare un ruolo protettivo di queste sostanze nei confronti di specifiche neoplasie.

 

Franco Folino

 

 

Marc J. Gunter, et al. Coffee Drinking and Mortality in 10 European Countries A Multinational Cohort Study. Ann Intern Med. Published at Annals.org on 11 July 2017.

 

 

 

 

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