Quanti decessi sono attribuibili all’inquinamento atmosferico?

Molti studi hanno evidenziato chiaramente come l’esposizione ad elevate concentrazioni di inquinanti atmosferici induca un incremento di mortalità e morbilità per malattie cardiovascolari e respiratorie.

Nel 2015 il Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study, che ha valutato l’impatto di 79 fattori di rischio su differenti malattie, ha inserito l’inquinamento atmosferico nelle posizioni più alte della graduatoria.

Arriva ora un nuovo studio, pubblicato con libero accesso su The Lancet, che ha voluto valutare le tendenze spaziali e temporali della mortalità e della morbilità imputabili all’inquinamento atmosferico, nel periodo 1990-2015, a livello globale, regionale e nazionale.

Sponsorizzato dalla Bill & Melinda Gates Foundation e dal Health Effects Institute, questo studio ha considerato due componenti dell’inquinamento: il PM2,5 e l’ozono. L’esposizione al PM2,5 è stata stimata ad intervalli di cinque anni, con una risoluzione spaziale di 11 km × 11 km all’equatore, attraverso rilevazioni satellitari, un modello di trasporto chimico, misure di superficie e dati geografici.

Dal 1990 al 2015 il livello di PM2,5 globale, ponderato sulla popolazione, è aumentato dell’11,2%, crescendo più rapidamente tra il 2010 e il 2015. Tra i paesi più popolati al mondo, i livelli di polveri fini sono aumentati in modo prominente in Bangladesh e in India, mentre sono rimasti stabili, ma elevati, in Pakistan e Cina. L’esposizione si è invece drasticamente ridotta in Nigeria, mentre è rimasta bassa, con una minima ulteriore riduzione negli Stati Uniti, in Brasile e Russia. Le concentrazioni di PM2,5 sono rimaste basse e stabili in Giappone e Indonesia. Le concentrazioni medie più elevate nel 2015 sono state registrate per Qatar, Arabia Saudita ed Egitto.

Nell’intervallo di tempo considerato, i livelli di ozono, ponderati sulla popolazione, sono aumentati globalmente del 7,2% dal 1990. Gli incrementi maggiori sono strati registrati in Cina, India, Pakistan, Bangladesh e Brasile.

Lo studio ha stimato che l’esposizione a lungo termine ad alte concentrazioni di PM2,5 ha contribuito nel 2015 a 4,2 milioni di morti, pari a circa il 7,6% del totale dei decessi a livello mondiale. Questo inquinante si è classificato nello stesso anno al quinto posto della classifica dei più importanti fattori di rischio, alle spalle della pressione arteriosa sistolica, fumo, glucosio plasmatico e colesterolo totale.

Nel 1990 la stessa classifica vedeva ai primi due posti gli stessi fattori di rischio del 2015, seguiti da malnutrizione infantile, inquinamento da particolato ambientale e inquinamento dell’aria domestica da combustibili solidi. La malnutrizione infantile è fortunatamente scesa nel 2015 al diciottesimo posto della classifica, così come l’inquinamento dell’aria domestica da combustibili solidi che è passato al decimo posto, verosimilmente per la modernizzazione degli impianti di riscaldamento domestici.

I risultati dello studio hanno inoltre indicato come l’inquinamento dell’aria domestica con l’un uso combustibili solidi è stato responsabile di 2,8 milioni di morti nel 2015. Si stima che inquinamento atmosferico ed ambientale insieme, possano aver causato nello stesso anno 6,4 milioni di morti.

La mortalità per malattie cardiovascolari ha rappresentato per la maggior quota dei decessi attribuibili all’inquinamento ambientale.

Per quanto riguarda la distribuzione geografica dei decessi attribuibili all’inquinamento atmosferico, l’analisi ha evidenziato sostanziali variazioni tra i paesi considerati. Così, nel 2015, sud ed est Asia hanno contribuito con il 59% dei decessi globali attribuibili alle polveri sottili.  Nei paesi ad alto reddito, l’esposizione al PM2,5 ha contribuito nello stesso anno al 4,3% dei decessi totali, contro il 9% in quelli a reddito medio-alto, l’8,7% in quelli a reddito medio-basso e il 4,9% nei paesi a basso reddito. Queste differenze nella mortalità sono principalmente attribuibili alla quota di decessi per malattie cardiovascolari.

La mortalità globale attribuita al PM2,5 è aumentata nel tempo, passando da 3,5 milioni nel 1990 a 3,8 milioni nel 2000 e a 4,2 milioni nel 2015. D’altra parte, considerando i tassi standardizzati per l’età, i tassi di mortalità sono diminuiti da 65,6 decessi per 100.000 persone nel 1990 a 57,5 decessi per 100 000 persone nel 2015.

Secondo l’analisi dello studio, l’esposizione all’ozono ha contribuito globalmente, nel 2015, a 254.000 decessi e all’8% della mortalità per broncopneumopatia cronica ostruttiva, con Cina, India e Stati Uniti ad avere i tassi più elevati. Dal 1990 al 2015 il tasso di mortalità per broncopneumopatia cronica ostruttiva attribuibile all’ozono è aumentato in molti paesi.

Nell’articolo sono presentate molte altre analisi, che considerano non solo la mortalità globale ma anche quello che è definito “disability-adjusted life-year”, ovvero il tempo della vita trascorso con una disabilità invalidante da malattia.

I risultati di questo lavoro sono certamente impressionanti, ma non fanno che confermare quanto già indicato da numerosi studi pubblicati nell’ultimo ventennio: l’inquinamento da polveri sottili è un pericoloso fattore di rischio per la salute. Adesso è però necessario superare la pur importantissima analisi epidemiologica, sviluppando politiche ambientali efficaci e sostenibili, affiancando al tempo stesso un programma di ricerca per identificare con precisione i meccanismi fisiopatologici con cui agiscono gli inquinanti ambientali, per poter infine porre in atto misure preventive e terapeutiche adeguate e mirate.

 

Franco Folino

 

Cover image volume 389, Issue 10078

 

Cohen AJ, et al. Estimates and 25-year trends of the global burden of disease attributable to ambient air pollution: an analysis of data from the Global Burden of Diseases Study 2015. The Lancet, Published Online April 10, 2017.

 

 

 

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