Carcinoma prostatico localizzato: ulteriori conferme a favore di un atteggiamento conservativo

Poco meno di un anno fa avevamo presentato uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, che evidenziava come la mortalità legata al carcinoma della prostata, valutata su un follow-up mediano di dieci anni, era bassa, indipendentemente che il paziente fosse stato sottoposto ad un trattamento radioterapico, a una chirurgia radicale o avesse seguito un semplice programma di sorveglianza attiva (vedi articolo in altra parte del giornale).

Una sostanziale conferma a questi risultati arriva ora da una sperimentazione statunitense che ha confrontato la mortalità dei pazienti con carcinoma prostatico, sottoposti o meno ad intervento chirurgico, nel corso di un follow-up di quasi venti anni.

I 731 pazienti inclusi nello studio, tutti con carcinoma prostatico localizzato (T1-T2NxM0), sono stati reclutati tra il 1994 e il 2002 e randomizzati a una prostatectomia radicale o a un programma osservazionale.

La mortalità per qualsiasi causa è risultata sostanzialmente simile nei due gruppi di pazienti: con un’incidenza cumulativa a 19,5 anni del 61,3% tra gli uomini assegnati alla prostatectomia radicale e del 66,8% tra quelli assegnati al programma osservazionale; la sopravvivenza media è stata di 13,0 anni nel primo gruppo e di 12,4 anni nel secondo gruppo. Anche considerando la mortalità specifica per carcinoma prostatico, che ha rappresentato il 9,4% della mortalità totale, l’intervento chirurgico non ha indotto una significativa riduzione del rischio (chirurgia 7,4%; osservazione 11.4%). Allo stesso modo, l’analisi della mortalità nei sottogruppi di pazienti, classificati secondo le caratteristiche cliniche basilari, non ha dimostrato effetti favorevoli dell’intervento chirurgico, se non una minore mortalità per qualsiasi causa, tra gli uomini con una malattia a rischio intermedio, ma non per quelli con un rischio basso o alto.

Com’era prevedibile, i risultati hanno inoltre evidenziato come i pazienti non sottoposti a intervento chirurgico erano soggetti a un maggior carico di trattamenti aggiuntivi rispetto agli operati, ma al tempo stesso questi ultimi erano gravati da una maggiore incidenza di effetti collaterali legati alla procedura, quali l’incontinenza urinaria e la disfunzione erettile. E’ interessante osservare come nella maggioranza dei casi la progressione della malattia è rimasta localizzata e che in circa la metà dei casi questa era asintomatica.

Ci troviamo quindi di fronte ad una nuova conferma degli scarsi effetti della prostatectomia radicale sulla riduzione della mortalità, a lungo termine, dei pazienti con carcinoma localizzato. Una buona prospettiva di sopravvivenza, in particolare in soggetti con più di 65-70 anni, sembra quindi porre seri dubbi sull’opportunità di un intervento invasivo.

 

 

Timothy J. Wilt, et l. Follow-up of Prostatectomy versus Observation for Early Prostate Cancer. N Engl J Med 2017;377:132-42.

 

 

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