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Coronavirus e ACE inibitori: tre studi escludono relazioni pericolose

Fin dall’inizio della pandemia di COVID-19 si sono sollevate voci su un possibile aumento del rischio di infezione nei pazienti trattati con ACE inibitori. Questa preoccupazione si basava sul fatto che il virus SARS-CoV-2 può penetrare nelle cellule legandosi al recettore di tipo 2 dell’enzima di conversione dell’angiotensina.

A rafforzare questi timori erano stati inoltre precedenti studi, condotti sull’animale, che evidenziavano come i farmaci usati per trattare l’ipertensione, come gli ACE inibitori o gli antagonisti recettoriali dell’angiotensina, potevano indurre una upregulation dei recettori di tipo 2, rendendo così disponibili maggiori siti di legame per il virus.

Coronavirus e ACE inibitori: tre studi per fare il punto

Le principali società scientifiche, tra cui l’American Heart Association e la European Society of Cardiology (vedi articolo precedente), hanno prontamente emesso una serie di documenti che raccomandavano di non interrompere i trattamenti con ACE inibitori o sartani, alla luce dell’assenza di elementi di prova che giustificassero questo atteggiamento. Piuttosto, mettevano in guardia dal rischio di interruzioni inappropriate di questi trattamenti, con sicuri effetti negativi sulla salute.

Il New England Journal of Medicine ha pubblicato nei giorni scorsi tre studi osservazionali che hanno cercato di fare chiarezza su questo problema.

Coronavirus: ACE inibitori e rischio di contrarre la malattia

Il primo di questi studi ha incluso quasi 9.000 pazienti con diagnosi confermata di COVID-19. Sono stati valutati differenti fattori di rischio per la mortalità e tra questi sono risultati significativamente correlate condizioni quali la malattia coronarica, l’insufficienza cardiaca congestizia o un’età superiore ai 65 anni.

Al contrario però ACE inibitori e sartani non sono risultati associati ad un aumentato rischio di morte per la malattia, anzi, il loro uso sembra addirittura ridurre la mortalità nei pazienti che li assumevano.

Il secondo è uno studio italiano, che ha come primo autore il Prof. Mancia, dell’Università la Bicocca di Milano. È stato condotto su oltre 6.000 pazienti con COVID-19 della regione Lombardia che sono stati confrontati con oltre 30.000 soggetti di controllo, per valutare se il trattamento con ACE inibitori o sartani favorisse l’insorgenza dell’infezione.

Anche in questo caso non è emerso alcun legame tra questi farmaci e la probabilità di contrarre la malattia, neppure nei casi più gravi.

Infine, il terzo studio è stato condotto negli Stati Uniti e ha utilizzato i dati sanitari raccolti nei registri elettronici di oltre 12.000 pazienti, di cui 5894 positivi al virus SARS-CoV-2. I ricercatori non hanno evidenziato alcuna associazione positiva tra assunzione di ACE-inibitori e sartani.

Coronavirus e ACE inibitori: non vanno sospesi

Questi tre studi non sembrano lasciare alcun dubbio: ACE inibitori e sartani non aumentano in alcun modo il rischio di contrarre la malattia da coronavirus, né aumentano la mortalità nei pazienti malati.

Trattandosi di studi osservazionali è evidente che i loro risultati non possono essere considerati definitivi, ma è certo che sembrano orientati in un’unica direzione.

In queste ultime settimane è stato pubblicato sul JACC un altro studio su questo argomento che, in base ai benefici antinfiammatori legati alla upregulation dell’asse ACE2 / Ang1-7 / Mas, suggerisce addirittura la probabile presenza di benefici del trattamento con inibitori del sistema renina-angiotensina nei malati di COVID-19.

In attesa quindi di studi randomizzati che chiariscano in modo inequivocabile la relazione tra ACE inibitori e coronavirus, non sembra giustificato sospendere questi trattamenti.

Un aggiornamento sull’associazione ACE-I/ARB e infezioni virali (10/5/2020)

Nei giorni scorsi il New England Journal of Medicine ha pubblicato una Correspondence di un gruppo di ricercatori londinesi che hanno valutato l’associazione tra uso di ACE-I/ARB e l’incidenza di influenza A (H7N9, H1N1, and H5N1) nel Regno Unito. Anche il virus dell’influenza appartiene alla famiglia dei coronavirus.

I risultati hanno evidenziato con chiarezza l’assoluta assenza di effetti indotti da questi farmaci sull’incidenza dell’influenza. Secondo gli autori, quanto documentato  può riflettere meccanismi condivisi con altri coronavirus, incluso quello della SARS-CoV-2.

Questo studio sembra quindi rafforzare l’ipotesi che non vi sia alcun rischio maggiore di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2 nei pazienti trattati con ACE-inibitori o con antagonisti recettoriali dell’angiotensina.

 

Franco Folino

 

 

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