L’iperaldosteronismo primario causa ipertensione più frequentemente di quanto si pensasse

I risultati di uno studio trasversale, pubblicato sulla rivista Annals of Internal Medicine, indicano come l’ormone aldosterone possa rappresentare un contributo comune e non riconosciuto allo sviluppo di un’ipertensione arteriosa.

L’ipertensione colpisce oltre 1,5 miliardi di persone in tutto il mondo ed è probabilmente la principale causa prevenibile di malattie cardiache e ictus.

L’iperaldosteronismo primario

L’iperaldosteronismo primario è una condizione in cui le ghiandole surrenali producono troppo ormone aldosterone, causando ipertensione e malattie cardiovascolari. L’iperaldosteronismo primario è stato tradizionalmente considerato una causa non comune di ipertensione, tuttavia i risultati di questo studio mostrano che è molto più comune di quanto si pensasse precedentemente.

I ricercatori di quattro centri medici accademici – tra cui il Brigham and Women’s Hospital, la University of Alabama, la University of Virginia e la University of Utah – hanno studiato pazienti con normotensione (n = 289), ipertensione di stadio 1 (n = 115), ipertensione di stadio 2 (n = 203) e ipertensione resistente (n = 408) per determinare la prevalenza della produzione in eccesso di aldosterone e dell’iperaldosteronismo primario.

Un eccesso di produzione di aldosterone

I ricercatori hanno scoperto che c’era un continuum di eccesso di produzione di aldosterone che era parallelo alla gravità dell’ipertensione. È importante sottolineare che la maggior parte di questa produzione in eccesso di aldosterone non sarebbe stata riconosciuta dagli approcci diagnostici attualmente raccomandati.

Secondo gli autori, questa scoperta supporta la necessità di ridefinire l’iperaldosteronismo primario da una malattia rara a una sindrome comune che si manifesta in un ampio spettro di gravità e può essere una causa primaria di ipertensione. Poiché i farmaci generici che bloccano gli effetti deleteri dell’aldosterone esistono già e sono facilmente disponibili, questi risultati suggeriscono che l’uso di questi farmaci più frequentemente per trattare l’ipertensione può essere un modo efficace per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.

L’autore di un editoriale di accompagnamento, il professor John Funder, che attualmente presiede le linee guida internazionali per la diagnosi e la gestione dell’iperaldosteronismo primario, ha definito lo studio un “punto di svolta” e ha indicato che questi risultati dovrebbero innescare una “ricostruzione radicale” dell’attuale pratica clinica e le raccomandazioni delle linee guida.

 

 

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