Gli effetti indiretti della pandemia COVID-19 sulle malattie cardiovascolari

Durante la pandemia di COVID-19 i decessi per cardiopatia ischemica e malattie ipertensive negli Stati Uniti sono aumentati rispetto all’anno precedente, mentre a livello globale si è assistito a interruzioni significative nell’esecuzione dei test per la diagnosi delle malattie cardiovascolari.

Questi risultati provengono da due articoli pubblicati recentemente sul Journal of the American College of Cardiology che hanno esaminato gli effetti indiretti della pandemia sui pazienti con malattie cardiovascolari e sulla loro cura.

L’impatto della pandemia COVID-19 è stato sostanziale, ma ci sono preoccupazioni anche per il suo impatto indiretto, in particolare per i pazienti con malattie cardiache. Molti rapporti hanno suggerito che i grandi aumenti di mortalità durante la pandemia non possono essere spiegati dal solo COVID-19. Durante il culmine delle misure restrittive negli Stati Uniti, gli ospedali hanno segnalato un calo del numero di pazienti con infarto e ictus diagnosticati e trattati in ospedale. Il presupposto era che alcuni pazienti temessero di contrarre il COVID-19 recandosi in ospedale e stessero scegliendo di ritardare le cure o di non cercarle affatto.

Anche in Italia è stata percepita questa riluttanza a raggiungere gli ospedali e alcuni studi hanno documentato una netta riduzione degli accessi al pronto soccorso durante il periodo di lockdown nei primi mesi del 2020 (vedi articolo correlato).

Le morti cardiovascolari durante la pandemia COVID-19 negli Stati Uniti

In questo studio, i ricercatori hanno esaminato se le morti a livello di popolazione dovute a cause cardiovascolari (cardiopatia ischemica, insufficienza cardiaca, malattie ipertensive, malattie cerebrovascolari, altre malattie del sistema circolatorio) fossero cambiate negli Stati Uniti durante la fase iniziale della pandemia, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Hanno inoltre valutato se questi cambiamenti fossero stati più pronunciati negli stati che avevano sperimentato il picco iniziale di casi di malattia.

Utilizzando i dati del National Center for Health Statistics, i ricercatori hanno esaminato i tassi di mortalità per cause cardiovascolari negli Stati Uniti dal 18 marzo 2020 al 2 giugno 2020 (durante la pandemia) e dal 1° gennaio 2020 al 17 marzo 2020 (prima della pandemia). Li hanno poi confrontati con i dati raccolti negli stessi periodi nel 2019.

Un aumento relativo di decessi dovuti a cardiopatia ischemica del 139%

I ricercatori hanno scoperto che i decessi per cardiopatia ischemica e malattie ipertensive sono aumentati dopo l’inizio della pandemia nel 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019. Al contrario, i decessi causati da insufficienza cardiaca, malattie cerebrovascolari o altre malattie del sistema circolatorio non sono cambiate a livello nazionale. La città di New York ha registrato il più grande aumento relativo di decessi dovuti a cardiopatia ischemica (139%) e malattie ipertensive (164%) durante la pandemia. Il resto dello stato di New York, il New Jersey, il Michigan e l’Illinois hanno registrato un aumento significativo dei decessi a causa di queste condizioni, mentre il Massachusetts e la Louisiana non hanno visto un cambiamento nelle morti cardiovascolari.

“I nostri risultati suggeriscono che la pandemia potrebbe aver avuto un peso indiretto sui pazienti con malattie cardiovascolari, potenzialmente a causa dell’evitamento degli ospedali per paura di esposizione al virus, aumento della tensione del sistema sanitario e rinvio di cure e procedure semielettive.  I funzionari della sanità pubblica statunitense e i responsabili politici dovrebbero migliorare i messaggi di salute pubblica per incoraggiare i pazienti con condizioni acute a cercare assistenza medica”,

ha detto Rishi K. Wadhera, autore principale dello studio, cardiologo presso il Beth Israel Deaconess Medical Center.

Impatto internazionale di COVID-19 sulla diagnosi di malattie cardiache

La pandemia COVID-19 ha causato interruzioni nella fornitura di assistenza sanitaria in tutto il mondo nel 2020, inclusi ritardi nella diagnosi delle malattie cardiovascolari e nel trattamento tempestivo. Le malattie cardiache sono il killer n. 1 al mondo e gli esiti dipendono da una diagnosi precoce ed efficace per determinare il miglior trattamento possibile. In questo secondo studio i ricercatori hanno cercato di determinare l’entità completa delle riduzioni nelle procedure diagnostiche per le malattie cardiache nel 2020, fatto che potrebbe avere un impatto sugli esiti della malattia cardiovascolare a lungo termine.

Sono stati presentati sondaggi da 909 centri ospedalieri e ambulatoriali che eseguivano procedure diagnostiche cardiache in 108 paesi. Secondo i ricercatori, i volumi delle procedure sono diminuiti del 42% da marzo 2019 a marzo 2020 e del 64% da marzo 2019 ad aprile 2020. In particolare, l’ecocardiografia transtoracica è diminuita del 59%, l’ecocardiografia transesofagea del 76% e gli stress test del 78%.

L’angiografia coronarica, eseguita con procedure invasive o con tomografia computerizzata, è diminuita del 55%. I ricercatori hanno anche classificato i paesi in quattro livelli economici (basso, medio-basso, medio-alto e alto) e hanno scoperto che l’ubicazione in un paese a reddito medio-basso era associato a un’ulteriore riduzione del 22% nelle procedure cardiache e a una minore disponibilità di personale dispositivi di protezione e telemedicina.

“Questi risultati sollevano serie preoccupazioni per gli esiti avversi sulla salute cardiovascolare a lungo termine derivanti da una diagnosi ridotta. Gli sforzi per migliorare l’accesso tempestivo dei pazienti alla diagnosi cardiovascolare in questa e in future pandemie, in particolare nei paesi a basso e medio reddito, sono garantiti”,

ha affermato Andrew J. Einstein, autore principale dello studio, professore associato di medicina presso la Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons.

 

 

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