Le morti precoci dopo dimissione dal Pronto Soccorso

Arrivano regolarmente sulle prime pagine dei giornali. Sono le storie dei pazienti che si sono rivolte al Pronto Soccorso per i sintomi più vari, vengono dimessi, e poco dopo la loro dimissione muoiono.

Non si tratta però di un fenomeno esclusivamente italiano, tanto che un gruppo di ricercatori statunitensi ha voluto analizzare questo fenomeno, per cercare di quantificare il rischio e analizzare le potenziali azioni che lo possono modificare.

Il lavoro è stato pubblicato sul British Medical Journal (libero accesso) ed ha analizzato il database dell’US Medicare program, riguardo le visite nei dipartimenti di emergenza avvenute nel periodo 2007-12. Sono stai esclusi i pazienti con malattie che limitavano l’aspettativa di vita, diagnosticate nel dipartimento di emergenza o prima. L’outcome primario considerato è stato la morte avvenuta entro sette giorni dalla dimissione.

 

I risultati

 

Su circa 10 milioni di visite considerate, i decessi precoci sono stati lo 0.12%. L’età media al momento della morte era di 69 anni, il 50.3% dei pazienti era maschio. Nel periodo analizzato, è stata osservata una riduzione progressiva dei tassi di mortalità precoce, variabile tra il 4-5% annuo.

Arriviamo al punto cruciale. Quali sono state le cause dei decessi?

Nella maggioranza dei casi si è trattato di una così definita “malattia aterosclerotica cardiaca” (13,6%), seguita dall’infarto acuto del miocardico (10,3%) e dalle malattie polmonari croniche ostruttive (9,6%).

Veniamo ora al secondo punto cruciale. Nei pazienti con decesso precoce quali erano le diagnosi di dimissione? Quelle più comuni sono state il mal di schiena (15%) e le lesioni superficiali (10%). Il tasso di mortalità dopo dimissione è risultato più alto nella prima settimana, e si è poi ridotto molto rapidamente.

Un altro aspetto interessante emerso da questo studio, peraltro atteso, è che negli ospedali con un numero più elevato nei tassi di ricovero, i pazienti dimessi avevano una bassa mortalità precoce rispetto alla mortalità entro l’anno. Al contrario, negli ospedali con bassi tassi di ricovero, la mortalità precoce era più alta e diminuiva successivamente nel corso dell’anno.

Infine, qual era la diagnosi di dimissione con il maggior rischio di morte precoce?

Confrontato con le altre diagnosi di dimissione, il rischio relativo più elevato è stato registrato per la diagnosi di stato mentale alterato (RR 4,4), seguito dalla dispnea (3.1), dal malessere/affaticamento (3,0), dalla cardiopatia congestizia (1,8) e dalla malattia polmonare cronica ostruttiva (1,6). Va sottolineato che il dolore toracico presentava tra i più bassi tassi di rischio (0,8).

 

Un bilancio da tenere a mente

 

In sostanza si è visto che negli Stati Uniti oltre 10.000 pazienti ogni anno muoiono poco dopo la dimissione dai dipartimenti di emergenza, nonostante la loro età relativamente giovane e l’assenza di malattie significative preesistenti.

Il rischio più elevato si annida negli ospedali con i tassi più bassi di ricovero e tra i pazienti con diagnosi sindromiche che non presentano dolore, quali lo stato mentale alterato, la dispnea e la stanchezza.

 

Confrontiamo i numeri

 

Negli Stati Uniti si stima che circa il 20% della popolazione si rivolga ogni anno al Pronto Soccorso. Quindi, considerando una popolazione complessiva di circa 319 milioni di abitanti, le visite sono complessivamente circa 64 milioni l’anno.

Nel Regno Unito le visite sono circa 400 per 1.000 abitanti, quindi oltre 25 milioni di visite l’anno.

In Italia esistono 844 reparti di Pronto Soccorso, dove lavorano circa dodicimila medici. Le visite eseguite ogni anno si aggirano sulla rispettabile cifra di 24 milioni. Se dovessimo applicare all’Italia la stessa percentuale di morti precoci evidenziata nello studio statunitense, il computo sarebbe di circa 29.000 decessi precoci dopo dimissione ogni anno. Quasi 80 morti ogni giorno.

A nostra conoscenza non esistono dati ufficiali per il nostro paese, ma è evidente che si tratta di un numero ben al di sopra di quanto riportato dai quotidiani. D’altra parte confrontandosi con un numero di accessi così elevato, è evidente che il rischio di porre una diagnosi errata è difficilmente azzerabile e pur rimanendo su frazioni di unità evoca sempre sconcerto per la drammaticità degli eventi.

Molto però si può ancora fare cercando di identificare con precisione le situazioni e i luoghi a rischio più elevato ed implementando protocolli rigorosi anche per pazienti più giovani.

 

 

Obermeyer Z, et al. Early death after discharge from emergency departments: analysis of national US insurance claims data. BMJ 2017;356:j239.

 

 

 

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