Fibrillazione atriale: qual è il migliore anticoagulante nei pazienti con malattia renale?

L’utilizzo degli anticoagulanti diretti in pazienti con riduzione della funzionalità renale richiede particolare attenzione, ma una recente revisione sistematica e meta-analisi, pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicine, sembra fornire indicazioni rassicuranti.

I risultati di questa nuova sperimentazione sembrano infatti indicare come nei pazienti con fibrillazione atriale, e malattia renale cronica allo stadio precoce, gli anticoagulanti diretti presentino un profilo rischio-beneficio superiore a quello degli antagonisti della vitamina K.

Al contrario, lo studio non è riuscito a fornire sufficienti evidenze per stabilire il rapporto tra benefici e rischi per i due tipi di anticoagulante in pazienti con malattia renale avanzata o allo stadio terminale.

Insufficienza renale e trattamento anticoagulante

I pazienti con malattia renale cronica o allo stadio terminale presentano un maggior rischio di sviluppare una fibrillazione atriale o una tromboembolia venosa. La terapia anticoagulante è quindi un importante intervento nella prevenzione dell’ictus e dell’embolia sistemica, frequentemente utilizzato in questi pazienti. Tuttavia, nella pratica clinica, ai soggetti con stadi avanzati di malattia renale che presentano una fibrillazione atriale viene prescritta una terapia anticoagulante orale meno frequentemente, rispetto a quelli con normale funzionalità renale.

Ciò potrebbe essere dovuto a considerazioni sull’aumentato rischio di sanguinamento, all’incertezza sui potenziali benefici in questa popolazione, alla calcifilassi associata al warfarin e alla nefropatia correlata a questo farmaco. Comprendere i benefici e i rischi della terapia anticoagulante orale potrebbe aiutare a guidare il trattamento in questi pazienti.

La metanalisi

I ricercatori del George Institute for Global Health hanno esaminato 45 studi comprendenti 34.082 partecipanti, per valutare i benefici e i rischi di un trattamento con antagonisti della vitamina K o anticoagulanti diretti negli adulti con stadi di malattia renale da 3 a 5, compresi quelli con dialisi-dipendente e malattia renale allo stadio terminale.

Ricordiamo che secondo la classificazione vigente, lo stadio 3 include pazienti con una velocità di filtrazione glomerulare (GFR) compresa tra 59 e 30 ml/min, lo stadio 4 pazienti con GFR tra 29 e 15 ml/min e lo stadio 5 pazienti con GFR < 15 ml/min.

I risultati dell’analisi hanno dimostrato che gli anticoagulanti diretti presentavano un profilo di rischio-beneficio superiore a quello degli antagonisti della vitamina K, in pazienti con insufficienza renale cronica in fase iniziale. Il trattamento antitrombotico ha portato in questi pazienti, con fibrillazione atriale, ad una riduzione significativa di eventi quali ictus o embolia sistemica e ictus emorragico.

I dati hanno anche evidenziato una riduzione del rischio complessivo di sanguinamento maggiore, che non era però statisticamente significativo in tutti gli studi combinati, suggerendo che questi pazienti otterrebbero un beneficio simile o maggiore rispetto a quelli che non hanno una malattia renale.

Tuttavia, le evidenze erano insufficienti per raccomandare un uso diffuso dell’uno o dell’altro farmaco per migliorare gli esiti clinici in pazienti con insufficienza renale cronica avanzata e in fase terminale dialisi-dipendente.

 

 

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