Fibrillazione atriale: l’incidenza della mortalità precoce dopo ablazione transcatetere

L’ablazione transcatetere della fibrillazione atriale si sta affermando come una procedura sempre più eseguita per il trattamento definitivo di questa aritmia.

Un recente studio in questo campo ha cercato di determinare la mortalità precoce legata a questo trattamento, evidenziando come quasi uno su 200 pazienti sottoposti alla procedura siano deceduti entro 30 giorni. La ricerca è stata pubblicata recentemente sul Journal of the American College of Cardiology.

L’ablazione della fibrillazione atriale

L’ablazione transcatetere della fibrillazione atriale è attualmente una delle procedure di elettrofisiologia più comunemente eseguite. La metodica può interessare l’ostio delle vene polmonari in atrio sinistro, per isolare un territorio da dove spesso emergono extrasistoli che fungono da fattore scatenante. Può interessare però anche lo stesso atrio sinistro, con la produzione di lesioni sulla sua superficie nel tentativo di regolarizzare l’attivazione elettrica del miocardio atriale.

Oggi sono disponibili varie tecnologie per l’ablazione della fibrillazione atriale. Alcune utilizzano energia a radiofrequenza, per generare il calore necessario a produrre le lesioni, altre al contrario impiegano sorgenti criogeniche.

Il successo a lungo termine dell’ablazione della fibrillazione atriale, comprese le procedure multiple, varia dal 50 all’80%. Le recidive dell’aritmia si verificano comunemente, a causa principalmente della riconnessione delle vene polmonari. Le recidive sono particolarmente comuni nei pazienti con atrio sinistro dilatato e recidiva precoce dell’aritmia, entro i primi 2-3 mesi.

Differenti studi hanno dimostrato la superiorità dell’ablazione rispetto ai farmaci antiaritmici nei pazienti con fibrillazione atriale, in particolare in quelli più giovani, in termini di miglioramento della qualità della vita e dei sintomi.

D’altra parte, Questa procedura può essere accompagnata da gravi complicazioni, come il tamponamento cardiaco, l’ictus e la fistola atrio-esofagea.

I decessi correlati alla procedura

Questo nuovo studio ha cercato di valutare l’incidenza di un evento avverso estremo come il decesso nei pazienti sottoposti a una procedura di ablazione transcatetere.

Per raggiungere il loro obbiettivo, i ricercatori hanno utilizzato un registro sanitario nazionale e hanno definito mortalità precoce quella che si verificava durante il ricovero iniziale o la riammissione in ospedale entro 30 giorni.

I risultati dell’analisi hanno evidenziato come la mortalità precoce dopo la procedura di ablazione si era verificata è verificata nello 0,46% dei casi. Dal 2010 al 2015, i tassi trimestrali di mortalità sono risultati in aumento, dallo 0,25% all’1,35%. Il tempo mediano dall’ablazione alla morte è stato di 11,6 giorni.

Lo studio ha inoltre evidenziato le condizioni che più frequentemente si associano ad una mortalità precoce. Queste sono risultate essere l’insufficienza cardiaca congestizia e un basso numero di procedure di ablazione eseguite dal centro di elettrofisiologia.

È difficile dire se l’incidenza di mortalità precoce rilevata in questo studio sia elevata o meno. Certo è che questa ricerca ha iniziato a farci capire la reale importanza di questo evento, cosa particolarmente utile per una valutazione consapevole e condivisa del rapporto rischio beneficio di questa procedura. Soprattutto però, ha il merito di farci capire quali sono i fattori di rischio più importanti da considerare, prima di avviare un paziente all’ablazione transcatetere per la fibrillazione atriale.

 

Franco Folino

 

Edward P. Cheng, et al. Risk of Mortality Following Catheter Ablation of Atrial Fibrillation. J Am Coll Cardiol 2019; 74: 2254–64.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

tredici + 13 =