Le emissioni di clorofluorocarburi da vecchi apparecchi rallenta la chiusura del buco dell’ozono

Le emissioni di clorofluorocarburi (CFC) da alcune vecchie apparecchiature ancora in uso possono essere più consistenti di quanto si pensasse. Ad affermarlo è uno studio pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Nature Communications. Queste emissioni potrebbero ritardare il recupero del buco nell’ozono antartico e contribuire a riversare nell’atmosfera un equivalente di 9 miliardi di tonnellate di CO2.

Le emissioni di clorofluorocarburi

La maggior parte degli stati ha deciso di interrompere l’uso dei CFC utilizzati nella produzione industriale, come definito dal protocollo di Montreal. Tuttavia, le emissioni che derivano da prodotti già in uso (banche CFC) continuano. Questi includono alcuni frigoriferi, unità di condizionamento d’aria e le schiume isolanti.

Il recente inaspettato aumento delle emissioni di triclorofluorometano, noto anche come freon-11 o CFC-11, evidenzia la necessità di quantificare questo tipo di emissioni al fine di valutarne con precisione la loro entità.

Le emissioni di clorofluorocarburi da prodotti già in uso

Megan Lickley e colleghi usano un nuovo quadro statistico per valutare la dimensione delle emissioni di clorofluorocarburi da prodotti già in uso e le loro corrispondenti emissioni di CFC-11, diclorodifluorometano (CFC-12) e 1,1,2-triclorotrifluoroetano (CFC-113).

I loro risultati evidenziano come queste emissioni sono sostanzialmente più grandi di quanto indicato dalle precedenti valutazioni e rappresentano una grande percentuale delle attuali emissioni stimate di CFC-11 e CFC-12 (ad eccezione dell’aumento delle emissioni di CFC-11 dopo il 2012 a causa della rinnovata produzione). L’uso di CFC-113 è ancora consentito in alcune applicazioni ai sensi del protocollo di Montreal, ma il livello di emissioni qui riportato supera quello degli studi precedenti, sollevando domande su quali siano le loro reali fonti di provenienza. Gli autori stimano che le emissioni derivanti da prodotti già in uso potrebbero ritardare il recupero del buco dell’ozono fino a sei anni.

Gli autori concludono che questa scoperta evidenzia la necessità di recuperare e distruggere i vecchi prodotti che continuano ad emettere clorofluorocarburi, per ridurre le emissioni di queste sostanze.

 

 

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