La stimolazione vagale è inefficace nei pazienti con scompenso cardiaco

Un’alterata regolazione dell’attività neurovegetativa è un elemento fisiopatologico caratteristico dell’insufficienza cardiaca cronica ed si contraddistingue per una riduzione dell’azione del sistema parasimpatico ed un contemporaneo aumento del drive simpatico. Inizialmente controindicati, i ß-bloccanti sono diventati ai giorni nostri il trattamento cardine dello scompenso cardiaco e hanno dimostrato senza dubbi di migliorare la qualità di vita e la prognosi dei pazienti.

Dal lato opposto, la modulazione dell’attivazione parasimpatica come potenziale terapia per lo scompenso cardiaco ha ricevuto solamente una limitata attenzione, probabilmente per la complessità intrinseca degli effetti cardiovascolari indotti. In questo senso sperimentazioni sull’animale e sull’uomo hanno fornito risultati contrastanti.

A porre seri dubbi sull’efficacia di questo trattamento arriva ora un nuovo lavoro, pubblicato sul Journal of the american college of cardiology, che dimostra l’inefficacia della stimolazione del nervo vago nel prevenire eventi clinici in pazienti con scompenso cardiaco cronico. Lo studio è iniziato nel 2011 e 85 centri distribuiti tra Stati Uniti, Europa e Israele hanno arruolato 707 soggetti, randomizzati ad una stimolazione vagale (436 pazienti) o ad un trattamento di controllo (271 pazienti).

I pazienti sono stati inclusi se presentavano una classe funzionale NYHA III, erano in terapia medica stabile, avevano una frazione di eiezione ventricolare sinistra ≤ 40% e un diametro telediastolico del ventricolo sinistro compreso tra 50 e 80 mm. Sono stati inclusi anche pazienti in cui era stato impiantato un dispositivo di resincronizzazione cardiaca.

Nei pazienti randomizzati a ricevere una stimolazione vagale, veniva posizionato un elettrocatetere transvenoso nel ventricolo destro, per il rilevamento dell’attività cardiaca, ed una cuffia di stimolazione sul nervo vago di destra.

L’endpoint primario di efficacia era la combinazione di morte per qualsiasi causa o un primo evento attribuito a un peggioramento dello scompenso cardiaco.

L’endpoint primario si è verificato in 132 di 436 (30,3%) pazienti nel gruppo con stimolazione vagale e in 70 dei 271 (25,8%) che componevano il gruppo di controllo (Hazard ratio con stimolazione 1.14; 95% CI: 0,86-1,53; p = 0,37).

Anche l’analisi dei sottogruppi non forniva elementi significativi, se non un effetto peggiorativo della stimolazione vagale nel gruppo di pazienti femmine.

I risultati di questo studio, INOVATE-HF, sembrano quindi dimostrare come la stimolazione vagale nei pazienti con scompenso cardiaco cronico non riduca la mortalità e neppure diminuisca la frequenza di altri eventi clinici legati a questa condizione.

 

Cover image Journal of the American College of Cardiology

Gold MR, et al. Vagus Nerve Stimulation for the Treatment of Heart Failure. The INOVATE-HF Trial. J Am Coll Cardiol 2016;68(2):149-158.

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