Il batterio che causa l’infarto: dalla parete dell’E.coli la sostanza che facilita la formazione dei trombi

I pazienti con infarto del miocardio ed elevazione del tratto ST presentano una maggiore permeabilità intestinale che permette il passaggio di un lipopolisaccaride batterico nella circolazione. Proprio questo componente potrebbe poi facilitare la formazione dei trombi coronarici e quindi l’evento ischemico. Sono queste le conclusioni di un recente studio, pubblicato sullo European Heart Journal.

L’endotossina batterica

L’endotossina è un composto sviluppato dagli agenti patogeni quali i batteri. Uno di questi è il lipopolisaccaride, un componente della membrana cellulare esterna dei batteri Gram-negativi.

Proprio le endotossine sono ritenute responsabili degli effetti clinici di alcune malattie. Infatti, queste sostanze possono comportarsi come una barriera nei confronti dei farmaci antibatterici, come gli antibiotici, limitandone il loro effetto. D’altra parte, il lipopolisaccaride è un potente induttore dell’infiammazione, in grado di attivare la risposta immunitaria.

Questa sostanza è abbondante nell’intestino umano e, nonostante sia tossica e dannosa, può passare in piccole quantità nel circolo, causando quella che viene conosciuta come endotossiemia metabolica.

Già in precedenza differenti studi hanno dimostrato la presenza di significative concentrazioni di lipopolisaccaride in pazienti con malattia aterosclerotica, diabete e in soggetti obesi.

Fortunatamente però, esistono anche differenti meccanismi di difesa del nostro organismo che tendono a rimuovere il lipopolisaccaride del sangue contrastandone così gli effetti.

Endotossiemia e trombosi

In questo nuovo studio i ricercatori hanno cercato di chiarire il ruolo della endotossiemia, pur di basso grado, nella formazione dei trombi.

Per fare ciò, hanno misurato la concentrazione ematica di lipopolisaccaride e di altri marcatori specifici quali la P-selectina solubile, indice di attivazione piastrinica, e la zonulina, una sostanza in grado di indicare il livello di permeabilità intestinale. Questi dosaggi sono stati fatti su campioni raccolti non solo da vene periferiche, ma anche da trombi coronarici e da sangue prelevato all’interno delle coronarie.

Oggetto dello studio sono stati 50 pazienti con infarto miocardico (STEMI) e altri due gruppi di riferimento che includevano 50 pazienti con angina stabile e 50 soggetti di controllo.

Le concentrazioni di lipopolisacaride

I risultati dello studio hanno evidenziato concentrazioni più elevate di lipopolisaccaride e P-selectina nei trombi coronarici dei pazienti con infarto, rispetto ai campioni di sangue coronarico dei pazienti con angina stabile e ai campioni di sangue periferico dei soggetti di controllo.

Anche la zonulina è stata rilevata a concentrazioni più elevate nei pazienti con infarto miocardico, rispetto agli altri due gruppi. È importante notare che le concentrazioni di lipopolisaccaride erano correlate a quelle di zonulina.

Lo studio ha anche valutato la presenza di DNA di provenienza da Escherichia coli, dimostrandone una prevalenza nei pazienti infartuati (34%) rispetto agli altri due gruppi (Angina stabile 12%, controlli 4%).

Uno studio sul modello animale

I ricercatori hanno affiancato a questo studio clinico uno studio condotto su topi, al fine di valutare se il lipopolisaccaride di Escherichia coli possedesse proprietà protrombotiche.

Hanno così iniettato nei topi il lipopolisaccaride di Escherichia coli, fino a raggiungere le stesse concentrazioni rilevate nei trombi coronarici dei soggetti con infarto. Ne è risultata una maggiore trombosi arteriosa e un’attivazione piastrinica.

Nuove prospettive nella prevenzione dell’infarto miocardico

Questo studio ha dimostrato che i pazienti che hanno sviluppato un evento coronarico acuto hanno una maggiore permeabilità intestinale e che di conseguenza nel loro sangue il lipopolisaccaride circola a concentrazioni più elevate. Questo componente sembra facilitare la formazione dei trombi coronarici, probabilmente attraverso un’interazione tra cellule infiammatorie, da lui evocate, e le piastrine.

Per molti anni, gli indici infiammatori sono stati considerati come fattori di rischio per l’infarto del miocardio. L’infiammazione caratterizza tutte le fasi della formazione della lesione aterosclerotica che precede l’infarto, nonché la rottura della placca e la fase di riparazione post-infarto, con il rimodellamento miocardico.

Questa ricerca sembra confermare il ruolo centrale dei fenomeni infiammatori nella patogenesi dell’infarto del miocardio. Tuttavia, apre una prospettiva completamente nuova nella visione degli effetti protrombotici dell’infiammazione, con rilevanti implicazioni nella prevenzione e nel trattamento delle malattie coronariche e, più in generale, delle malattie trombotiche.

Gli autori non escludono peraltro la possibilità che l’attivazione piastrinica possa verificarsi anche in conseguenza dell’infiammazione sistemica e che il lipopolisaccaride contribuisca alla crescita del trombo con un meccanismo che coinvolge la coagulazione e l’attivazione endoteliale.

La permeabilità intestinale

Va peraltro osservato che in questo studio la permeabilità intestinale è stata valutata solo in modo indiretto, attraverso il dosaggio della zonulina. Questo aspetto andrà certamente meglio definito, per analizzare con precisione quelle che sono le possibili vie di trasporto dei contaminanti batterici alla circolazione sanguigna, fenomeni probabilmente molto più complessi di quanto si possa pensare.

Gli autori concludono prospettando per il futuro il dosaggio del lipopolisaccaride per stratificare il rischio di aterotrombosi. Una prospettiva interessante, ma che certamente necessita di una precisa validazione in studi appositamente disegnati.

 

Franco Folino

 

 

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