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COVID-19: l’anticoagulazione precoce non influenza la sopravvivenza

Tra gli adulti in condizioni critiche con COVID-19, l’anticoagulazione terapeutica precoce non influenza la sopravvivenza. È quanto rileva uno studio osservazionale pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Annals of Internal Medicine. Questa scoperta è particolarmente importante, poiché l’ipercoagulabilità è stata proposta come un meccanismo chiave che porta a morte i pazienti con COVID-19.

L’incidenza di tromboembolia venosa e sanguinamento maggiore

I ricercatori del Massachusetts General Hospital, del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School hanno studiato le cartelle cliniche di 3.239 adulti, in condizioni critiche con COVID-19, da 67 centri negli Stati Uniti, per valutare l’incidenza di tromboembolia venosa e sanguinamento maggiore. Lo scopo è stato quello di esaminare l’effetto dell’anticoagulazione terapeutica precoce sulla sopravvivenza.

In parallelo, è stato eseguito uno studio target di emulazione in cui i pazienti sono stati classificati in base al ricevimento o al mancato ricevimento di anticoagulanti terapeutici nei primi due giorni di ricovero in terapia intensiva.

Una sopravvivenza in ospedale simile

I ricercatori hanno scoperto che i tassi di tromboembolia venosa confermati radiograficamente e di sanguinamento maggiore sono stati rispettivamente del 6,3% e del 2,8%. Il sesso maschile e livelli di D-dimero più elevati sono risultate caratteristiche associate in modo indipendente da altri fattori ad eventi di tromboembolia venosa.

I pazienti che avevano ricevuto anticoagulanti terapeutici nei primi due giorni di ricovero in terapia intensiva hanno avuto una sopravvivenza in ospedale simile rispetto a quelli che non l’avevano ricevuta (hazard ratio 1,12).

Questi dati suggeriscono che i tassi di tromboembolia venosa nei pazienti critici con COVID-19 possono essere notevolmente inferiori rispetto a quelli precedentemente riportati in studi più piccoli. In questa prospettiva, un inizio precoce della terapia anticoagulante potrebbe non portare a benefici significativi in termini di sopravvivenza nei pazienti critici. Secondo gli autori dello studio, questi risultati non supportano l’uso empirico precoce dell’anticoagulazione terapeutica in pazienti critici con COVID-19.

Le linee Guida dell’OMS a favore degli anticoagulanti

Va peraltro segnalato che le linee Guida pubblicate dall’OMS “COVID-19 Clinical management: living guidance” prospettano l’uso di una tromboprofilassi per i malati. Più precisamente il documento dice: “In pazienti ospedalizzati con COVID-19, senza un’indicazione stabilita per un dosaggio anticoagulante più elevato, si suggerisce di somministrare un dosaggio tromboprofilattico standard di anticoagulante piuttosto che un dosaggio terapeutico o intermedio (raccomandazione condizionata, certezza molto bassa).

Continua: “Il dosaggio terapeutico o intermedio di anticoagulante, rispetto al dosaggio profilattico di anticoagulante, può ridurre la mortalità (certezza molto bassa) e l’embolia polmonare…”

La “Certezza molto bassa” sembra dominare questo argomento. La stessa Organizzazione ammette quindi che non ci sono dati che sostengano in modo significativo questa profilassi antitrombotica. Il nuovo studio che vi abbiamo presentato potrebbe far cambiare radicalmente queste raccomandazioni dell’OMS.

 

 

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