Sospendere il trattamento con ß-bloccanti dopo infarto miocardico non peggiora la prognosi a lungo termine

I ß-bloccanti rappresentano da decenni uno dei pilastri del trattamento dell’infarto miocardico, così come della cardiopatia ischemica cronica. I loro effetti si esplicano attraverso una riduzione del consumo di ossigeno e ad un prolungamento della fase diastolica, ma il risultato clinico più importante è certamente la riduzione della mortalità dopo un evento acuto.

Viene posta ora in dubbio non tanto la loro efficacia protettiva nelle prime fasi dopo l’infarto, quanto la sua utilità in un trattamento a lungo termine.

Questa ipotesi è all’origine di uno studio pubblicato il 25 settembre sul British Medical Journal, ad opera di un gruppo di ricercatori francesi.

Per valutare l’efficacia nel tempo dei ß-bloccanti, sono stati arruolati 2679 pazienti con infarto acuto ma senza insufficienza cardiaca o disfunzione ventricolare sinistra. La mortalità è stata poi valutata in tre momenti: a 30 giorni, in relazione all’utilizzo precoce (entro 48 ore dal ricovero); ad un anno, in relazione alla prescrizione alla dimissione; a cinque anni, in relazione all’uso persistente di ß-bloccanti ad un anno dall’evento.

Il 76,5% dei pazienti inclusi ha ricevuto un trattamento con ß-bloccanti nelle prime 48 ore dal ricovero. La mortalità a 30 giorni è risultata del 2,3% in pazienti che hanno assunto il farmaco e l’8,6% nei pazienti che non lo hanno assunto.

Dei 2217 pazienti dimessi dall’ospedale, senza storia di insufficienza cardiaca, senza insufficienza cardiaca durante la degenza e con una frazione di eiezione ventricolare sinistra >40%, 1783, ovvero circa l’80%, erano trattati con ß-bloccanti alla dimissione. La mortalità ad un anno nei pazienti dimessi in terapia era del 3,4%, mentre era del 7,8% in quelli non trattati (hazard ratio aggiustato 0,77, p= 0,32).

Dei pazienti dimessi in trattamento, l’11% aveva sospeso il farmaco ad un anno. In questo gruppo la mortalità a cinque anni è risultata del 9,2%, mentre nei pazienti che ad un anno continuavano ad assumere i ß-bloccanti era del 7,6% (hazard ratio aggiustato 1.19, p= 0.57).

Questi risultati sembrano quindi indicare che l’effetto più importante dei ß-bloccanti si esplica nelle fasi precoci dopo l’infarto, mentre con il tempo il miglioramento sulla sopravvivenza si attenua.

Se pensiamo che quasi la totalità dei pazienti dopo un evento acuto ricevono un trattamento con ß-bloccanti, e che la raccomandazione, salvo effetti avversi, è quella di continuare la loro assunzione indefinitamente, si capisce quale possa essere l’impatto pratico di questo studio.

Dobbiamo considerare però che i dati prodotti si riferiscono ad un preciso gruppo di pazienti, senza insufficienza cardiaca o disfunzione ventricolare sinistra. Un gruppo peraltro piuttosto numeroso.

 

bmj

 

 

Puymirat E, et al. β blockers and mortality after myocardial infarction in patients without heart failure: multicentre prospective cohort study. BMJ 2016;354:i4801.

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