COVID-19 e la strategia UK della singola dose di vaccino: scelta coraggiosa, giusta, sbagliata?

Nei giorni scorsi la rivista The Lancet ha pubblicato una Correspondence che critica la strategia del Regno Unito di allungare l’intervallo tra la somministrazione della prima e della seconda dose di vaccino.

L’articolo, che vede come primo autore il prof. John Robertson, dell’Università di Nottingham, cerca di analizzare le ragioni che hanno portato a questa scelta di politica sanitaria, contrapponendo le attuali conoscenze sull’efficacia dei vaccini.

Perché prolungare l’intervallo tra le due dosi?

Per aumentare il numero di persone che possono essere sottoposte alla vaccinazione, il Joint Committee on Vaccination and Immunization (JCVI), del Regno Unito, ha scelto di adottare un intervallo più lungo tra la  somministrazione della prima e della seconda dose del vaccino Pfizer-BioNTech, vale a dire non le 3 settimane consigliate, ma 12 settimane.

Senza troppi giri di parole, gli autori dell’articolo asseriscono che la scelta del JCVI si basa su analisi retrospettive non pianificate e ipotesi ingiustificate. Si chiedono se si tratti di un’idea innovativa o di un errore, spingendosi a sospettare che si tratti di un programma di dosaggio non provato introdotto senza il consenso pienamente informato del paziente.

Una dichiarazione congiunta del JCVI e della Public Health England (PHE) indica che la prima dose del vaccino a mRNA fornisce una protezione dell’89-90%. Valore che il Comitato ha ottenuto da analisi retrospettive di studi randomizzati e che ha considerato persistere fino a 85 giorni dalla prima somministrazione della prima dose di vaccino.

D’altra parte, studi precedenti hanno evidenziato un’efficacia del vaccino Pfizer-BioNTech del 52,4% fino al giorno 22. Una copertura simile (50-60%) è stata riportata in studi osservazionali condotti in Israele.

Favorire l’emergere di varianti del virus SARS-CoV-2 resistenti al vaccino

Il prof. Robertson e colleghi sottolineano che i risultati ottenuti con analisi retrospettive non dovrebbero essere utilizzate per stabilire l’efficacia di un trattamento. Comunque, segnalano la differenza tra i risultati ottenuti nelle analisi del JCVI e i dati clinici finora disponibili.

Lanciano quindi un allarme, prospettando che una seconda dose ritardata di vaccino possa favorire l’emergere di varianti del virus SARS-CoV-2 resistenti al vaccino, potenzialmente in grado di far persistere la pandemia.

Sembrano quindi temere un meccanismo simile a quello già noto e temuto della resistenza agli antibiotici. Se un paziente non viene trattato con dosi adeguate di antibiotici, per un tempo sufficiente, sopravvivono batteri che imparano a resistere all’antibiotico stesso, che può così modificarsi e far perdere al farmaco la sua efficacia.

Allo stesso modo il vaccino contro il virus SARS-CoV-2, affermano gli autori, se non utilizzato in modo corretto, potrebbe far sopravvivere virus che mutano e divengono resistenti al vaccino stesso e ad altri vaccini che prendono di mira lo stesso obbiettivo: la proteina spike.

Gli autori non forniscono però prove sostanziali a sostegno di questa ipotesi, se non richiamando una preoccupazione del Government’s Scientific Advisory Group for Emergencies (GSAGE) riguardo i pericoli di una seconda dose di vaccino ritardata. Nello stesso documento vengono però fatte alcune precisazioni che sembrano invece rassicuranti.

Innanzitutto, gli esperti del GSAGE dicono che i vaccini nel complesso sono meno vulnerabili all’evoluzione dei patogeni a causa delle differenze nel modo in cui funzionano, rispetto ai farmaci.

L’osservazione che sembra più forte e convincente indica poi che i vaccini sono usati per prevenire l’infezione, in soggetti solitamente non infetti, mentre la maggior parte dei farmaci sono usati per trattare le infezioni già in corso. Quindi, la possibilità che emergano varianti resistenti all’interno dell’ospite sono molto inferiori peri i vaccini rispetto ai farmaci. In altri termini, perché dovrei favorire lo sviluppo di una variante se i soggetti non sono nemmeno infetti?

Inoltre, nei soggetti con un sistema immunitario che funziona normalmente la risposta immunitaria nei confronti del virus continua ad evolversi durante una singola infezione.

Infine, viene affermato che i vaccini producono diversi tipi di risposta immunitaria, rivolti contro differenti bersagli del microorganismo, mentre i farmaci prendono di mira un numero relativamente inferiore di siti.

Gli studi a favore delle dosi distanziate

Va segnalato che già il 14 gennaio scorso avevamo pubblicato un precedente articolo riguardo una serie di tre articoli, apparsi sulla rivista Annals of Internal Medicine, che suggerivano come una singola dose di vaccino poteva avere un maggiore beneficio per la popolazione.

In particolare, il primo indicava che, a seconda della durata della protezione conferita, un vaccino monodose con un’efficacia del 55% può conferire alla popolazione un beneficio maggiore, rispetto a un vaccino con un’efficacia del 95% che richiede due dosi.

Il secondo studio osserva, tra l’altro, che raddoppiare la copertura del vaccino con una singola dose, rispetto a un regime a due dosi, può accelerare il controllo della pandemia, perché anche la mancanza di protezione completa a livello individuale può ridurre i tassi di trasmissione, tanto da fermare la crescita dell’epidemia.

Nell’ultimo studio i ricercatori confrontano differenti schemi di somministrazione delle dosi del vaccino e concludono che una strategia flessibile risulterebbe in un ulteriore 23% – 29% dei casi COVID-19 evitati, rispetto ad una strategia fissa con la somministrazione della seconda dose a 3 settimane.

Chi ha ragione?

Spesso nel modo scientifico pareri diversi si contrappongono, anche in modo radicale. In una situazione come in quella che stiamo vivendo nuovi studi vengono prodotti ogni giorno e le informazioni disponibili sul virus SARS-CoV-2 si aggiornano quotidianamente e crescono esponenzialmente. In questa fase è possibile che ipotesi teoriche, costruite su basi deboli, possano guidare scelte di politica sanitaria. Purtroppo però, la bontà delle scelte intraprese potrà in molti casi essere valutata solo nel tempo, con i dati clinici ed epidemiologici che provengono dalla vita reale.

In questo caso le scelte delle autorità sanitarie del Regno Unito possono sembrare forse un po’ azzardate, perché fatte in un momento in cui i dati disponibili sull’efficacia dei vaccini nel tempo non erano così precisi. Ad oggi però le prime analisi epidemiologiche sembrano dar ragione al Regno Unito e la loro strategia sta diventando sempre più popolare, anche in Italia.

Va però precisato che la riduzione dei casi nel Regno Unito può certamente dipendere, almeno in parte, dalla strategia vaccinale adottata, ma un ruolo importante lo hanno giocato anche le consistenti misure restrittive imposte alla popolazione da ormai molte settimane.

Gli autori concludono consigliando al governo del Regno Unito di ripristinare le due dosi con una somministrazione standard intervallata da 3 settimane, mantenendo un intervallo di 6 settimane solo in casi eccezionali. Probabilmente però la loro richiesta non avrà seguito, almeno fino a quando la pandemia non sarà contenuta e vi sarà un maggior numero di dosi di vaccino disponibili.

 

Franco Folino

 

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