Più ore si lavora, più si rischia la fibrillazione atriale

Negli ultimi tempi sono stati pubblicati differenti studi che hanno svelato nuovi fattori di rischio per la fibrillazione atriale, oltre a quelli più comunemente conosciuti. Sono così giunte alla ribalta numerose nuove condizioni, più o meno prevedibili, che inducono una propensione per quest’aritmia, come alcol, obesità, apnee notturne, BMI materno, alterata glicemia a digiuno (vedi articolo su quest’argomento in altra parte del giornale), solo per citarne alcuni.

Arrivano ora i dati di una nuova sperimentazione, pubblicati online con libero accesso lo scorso 13 luglio sullo European Heart Journal, che ha valutato l’associazione tra ore di lavorative nel corso della settimana e incidenza di fibrillazione atriale.

Lo studio ha valutato in modo prospettico 85.494 soggetti, derivati da otto differenti sperimentazioni, abitanti in Danimarca, Svezia, Finlandia e Regno Unito. Avevano un’età media di 43,4 anni e sono stati seguiti per un periodo medio di dieci anni.

Nel 71,4% dei casi, la fibrillazione atriale è stata diagnosticata prima dei 65 anni di età. Il 5,2% dei partecipanti lavorava per 55 o più ore la settimana, mentre il 62,5% aveva un impegno lavorativo per 35-40 ore settimanali.

Chi lavorava più a lungo ha evidenziato uno stile di vita leggermente più povero, una maggiore prevalenza di obesità, una scarsa attività fisica, un maggior consumo di fumo e alcol, nonché maggiori probabilità di avere sintomi depressivi e ansia. Questo gruppo di soggetti aveva inoltre un maggiore rischio per la fibrillazione atriale, rispetto a chi lavorava meno ore, con un rapporto di rischio di 1,42, indipendente dai fattori di rischio più comuni per questa aritmia. Anche chi lavorava tra le 49 e le 54 ore settimanali ha evidenziato un incremento del rischio, pur modesto, con un hazard ratio di 1,17.

Questi risultati sembrano piuttosto allarmanti, indicando che chi lavora oltre le 55 ore settimanali ha un rischio maggiore del 40% per la fibrillazione atriale rispetto ai lavoratori impegnati per 41-48 ore.

Quale sia il meccanismo responsabile di questa situazione è ovviamente molto difficile dirlo. Una delle ipotesi proposte dagli autori è che l’eccesso di lavoro porti a una disfunzione del sistema neurovegetativo, che già rappresenta un ben noto fattore di rischio per la fibrillazione atriale, così come per altre aritmie.

Dal punto di vista clinico è quindi evidente che i superlavoratori vanno quindi sorvegliati con più attenzione, per rilevare in modo precoce l’eventuale innesco di episodi di fibrillazione atriale, in particolare quelli che già presentano altri fattori di rischio per questa aritmia.

D’altra parte questo studio solleva implicazioni potenzialmente molto importanti in ambito assicurativo, aprendo spiragli a possibili contenziosi sulla dipendenza dell’aritmia da cause lavorative. Le sentenze a favore dei lavoratori che sono oberati da carichi di lavoro eccessivi sono in continua crescita. Il responsabile, come dice la Cassazione, è il datore di lavoro che “…è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

 

Franco Folino

 

 

 

Mika Kivimäki, et al. Long working hours as a risk factor for atrial fibrillation: a multi-cohort study. European Heart Journal. Pubblicato online 13.7.2017.

 

 

1 commento
  1. gianfranco baggioni dice:

    Sembra leggendo il lavoro che chi lavora di piu’ abbia gia’ dei fattori di rischio predisponenti alla fibrillazione atriale . IL PUNTO e’ se questi fattori di rischio sono indotti dal plus di ore lavorative o sono abitudini del soggetto .

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