Gli anticoagulanti diretti causano meno fratture osteoporotiche del warfarin

Gli anticoagulanti orali diretti (DOAC) sono associati a un minor rischio di frattura osteoporotica rispetto al warfarin nei pazienti con fibrillazione atriale. Sono questi in sintesi i risultati di uno studio di coorte basato sulla popolazione, pubblicato nella rivista Annals of Internal Medicine.

La frattura osteoporotica è una complicazione grave nota che può colpire i pazienti con fibrillazione atriale in trattamento con anticoagulanti orali. Fino ad oggi non era mai stato chiarito se il tipo di anticoagulante utilizzato fosse associato ad un rischio differente di incorrere in una frattura ossea.

Anticoagulanti e fratture ossee

I ricercatori dell’Università di Hong Kong e dell’University College London Strategic Partnership Fund hanno studiato un database di cartelle cliniche elettroniche per i pazienti con nuova diagnosi di fibrillazione atriale, tra il 2010 e il 2017, che avevano ricevuto una nuova prescrizione per warfarin o per un anticoagulante orale diretto (apixaban, dabigatran, o rivaroxaban). Hanno quindi confrontato il rischio di frattura osteoporotica per i diversi farmaci utilizzati. Le fratture osteoporotiche dell’anca e della colonna vertebrale negli utenti di anticoagulanti sono state confrontate utilizzando differenze di incidenza cumulative ponderate in base al punteggio di propensione (CID).

Meno fratture con gli anticoagulanti diretti

L’età media complessiva dei pazienti inclusi nell’analisi era di 74,4 anni e variava da 73,1 anni per il gruppo warfarin ai 77,9 anni per il gruppo apixaban.

Nel corso di un follow-up mediano di 423 giorni, sono state identificate 401 fratture. Per i diversi gruppi di trattamento il tasso ponderato per 100 pazienti-anno è risultato: apixaban, 0,82; dabigatran, 0,76; rivaroxaban, 0,67; warfarin, 1.11.

L’uso dei DOAC era quindi associato a un rischio di frattura inferiore rispetto all’uso di warfarin. Non sono state osservate differenze in tutti i confronti diretti tra DOAC a 24 mesi.

Gli autori concludono che questi risultati possono aiutare nella valutazione beneficio-rischio quando si sceglie l’anticoagulante da utilizzare nei pazienti con fibrillazione atriale.

 

 

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