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Gli effetti del consumo di alcol sulle malattie cardiovascolari

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Il dibattito sugli effetti deleteri del consumo di alcol non conosce sosta. Mentre le organizzazioni sanitarie raccomandano di ridurre al minimo l’assunzione di bevande alcoliche, alcune ricerche rilevano effetti benefici associati ad un consumo moderato.

Due recenti studi hanno evidenziato effetti protettivi di un consumo moderato di alcol nei pazienti con malattie cardiovascolari ed effetti protettivi nei confronti della fibrillazione atriale.

Una sostanza tossica

L’Organizzazione Mondiale della Sanità non usa mezzi termini e definisce l’alcol come una sostanza tossica e psicoattiva, con proprietà che producono dipendenza. Secondo l’OMS il suo consumo contribuisce a 3 milioni di morti ogni anno a livello globale, nonché a disabilità e cattive condizioni di salute di milioni di persone. All’eccessivo consumo di alcol viene attribuito il 7,1% e il 2,2% del carico globale delle malattie, rispettivamente per maschi e femmine. Nella fascia di età compresa tra 15 e 49 anni l’alcol è il principale fattore di rischio di mortalità prematura e disabilità, contribuendo al 10% di tutti i decessi.

In realtà nel corso degli ultimi decenni si sono susseguiti studi che hanno mostrato alcuni effetti protettivi degli alcolici nei confronti della malattie cardiovascolari. I più noti hanno messo in luce come il consumo di vino rosso, grazie al suo alto contenuto di sostanze antiossidanti, sembra poter esercitare effetti favorevoli per la salute.

Al tempo stesso però, altre ricerche hanno evidenziato come non esista un rischio zero legato al consumo di alcol: anche assumendone quantità molto limitate ci sono conseguenze deleterie per la salute. In questa direzione va un’importante ricerca, che vi abbiamo presentato in passato, pubblicata sulla rivista The Lancet, dove non venivano evidenziati effetti protettivi dell’assunzione moderata di alcol, almeno nei confronti dell’ictus. I risultati dimostravano che anche un consumo moderato faceva aumentare le probabilità di incorrere in questo evento.

Un rischio ridotto di infarto, ictus, angina o morte

Secondo un nuovo studio, pubblicato sulla rivista BMC Medicine, bere fino a 105 grammi di alcol a settimana, vale a dire meno di sei pinte di birra a media gradazione o poco più di una bottiglia di vino, può associarsi a un rischio ridotto di infarto, ictus, angina o morte tra le persone con malattie cardiovascolari.

Chengyi Ding, uno degli autori di questa ricerca si dimostrato comunque prudente e ha dichiarato:

“I nostri risultati suggeriscono che le persone con malattie cardiovascolari potrebbero non aver bisogno di smettere di bere per prevenire ulteriori infarti, ictus o angina, ma che dovrebbero considerare di ridurre l’assunzione settimanale di alcol. Poiché il consumo di alcol è associato ad un aumentato rischio di sviluppare altre malattie, le persone con malattie cardiovascolari che non bevono non dovrebbero essere incoraggiate a bere”.

I ricercatori dell’UCL, nel Regno Unito, hanno scoperto che, tra le persone con malattie cardiovascolari, coloro che bevevano fino a 15 grammi di alcol al giorno, equivalenti a mezzo bicchiere di vino, avevano un minor rischio di infarto ricorrente, ictus, angina o morte, rispetto a coloro che non bevevano. Hanno anche scoperto che coloro che bevevano più di 62 grammi di alcol al giorno non avevano un rischio maggiore di infarto ricorrente, ictus, angina o morte, rispetto a coloro che non bevevano alcolici.

Un rischio inferiore del 50%

Mentre bere fino a 15 grammi di alcol al giorno era associato a un minor rischio di infarto, ictus, angina o morte, i ricercatori hanno scoperto che i soggetti con il rischio più basso bevevano tra i sei e gli otto grammi di alcol al giorno. Coloro che bevevano sei grammi di alcol al giorno avevano un rischio inferiore del 50% di infarto, angina o ictus ricorrenti rispetto a coloro che non bevevano. Coloro che bevevano otto grammi al giorno avevano un rischio di morte inferiore del 27% a causa di infarto, ictus o angina e coloro che bevevano sette grammi al giorno avevano un rischio di morte per qualsiasi causa inferiore del 21%, rispetto a coloro che non bevevano alcolici.

Gli autori hanno stimato il rischio di infarto, ictus, angina e morte utilizzando i dati di 48.423 adulti con malattie cardiovascolari, ottenuti dalla UK Biobank, dall’Health Survey for England, dallo Scottish Health Survey e da 12 studi precedenti. I partecipanti hanno riportato il loro consumo medio di alcol. I dati sui successivi infarti, ictus, angina o morte, per un periodo fino a 20 anni, sono stati ottenuti dai registri sanitari dei ricoveri ospedalieri e dei decessi.

Gli autori avvertono che i loro risultati potrebbero sovrastimare il rischio ridotto di infarto ricorrente, ictus, angina e morte per i bevitori moderati con malattie cardiovascolari. Ciò è dovuto alla sottorappresentazione dei forti bevitori e alla categorizzazione degli ex bevitori, che potrebbero aver smesso di bere a causa di problemi di salute, in alcuni dei set di dati inclusi nelle loro analisi.

Inoltre, va considerato che i dati sul consumo di alcol, auto-riportati dai soggetti, possono essere, volontariamente o involontariamente, imprecisi.

Consumo di alcol e fibrillazione atriale

Nello stesso giorno in cui è stato pubblicato lo studio di cui vi abbiamo fin qui parlato è apparsa un’altra ricerca sul consumo di alcol, sulle pagine di della rivista JACC: Clinical Electrophysiology, evidenziando come bassi livelli di consumo di alcol (<56 g di alcol/settimana) erano associati a un rischio inferiore di sviluppare una fibrillazione atriale.

Già in passato precedenti ricerche avevano dimostrato che le ubriacature occasionali e il consumo da moderato a elevato di alcol sono entrambi fattori di rischio per la fibrillazione atriale. Questa nuova ricerca ha voluto verificare gli effetti causati dal basso consumo di alcol sull’aritmia, nonché dagli effetti di specifiche bevande alcoliche.

I ricercatori hanno utilizzato anche in questo caso i dati della UK Biobank, il consumo di alcol totale e specifico per bevanda è stato calcolato tenendo come riferimento la bevanda standard del Regno Unito che corrisponde a 8 g di alcol alla settimana. Nel complesso sono stati valutati oltre 400.000 individui, con un’età media di 58 anni, che sono stati seguiti per un periodo di follow-up mediano di 11,4 anni.

L’analisi dei risultati ha evidenziato un’associazione a forma di J tra consumo totale di alcol e rischio di fibrillazione atriale. Questo significa che per consumi molto bassi, nella fase iniziale della curva, il rischio di sviluppare l’aritmia si riduce progressivamente, fino ad un certo punto. Successivamente la curva comincia a risalire e cresce in modo sostanzialmente lineare con l’incremento del consumo di alcol.

Così, il rischio è risultato ridotto consumando meno di 7 bevande a settimana,. Considerando il tipo di bevanda, gli effetti più dannosi sono stati indotti dal consumo di birra/sidro, qualsiasi fosse la loro quantità assunta. Al contrario, il consumo di vino rosso, vino bianco e liquori fino a 10, 8 e 3 bevande la settimana, rispettivamente, non era associato ad un aumento del rischio.

Anche in questo caso i dati sul consumo di alcol sono stati riportati dai partecipanti, quindi, valgono le considerazioni fatte in precedenza.

Effetti protettivi sul sistema cardiovascolare?

Nel complesso questi due studi sembrano evidenziare effetti protettivi sul sistema cardiovascolare esercitati da un basso consumo di alcolici. Vanno però sottolineati alcuni aspetti.

Innanzitutto, nel primo studio sono stati considerati pazienti che già presentavano malattie cardiovascolari. Quindi la riduzione del rischio si applica ad una popolazione che già per definizione ha un rischio maggiore di sviluppare un infarto miocardico o un ictus. Questi effetti dell’alcol potrebbero quindi non essere presenti nelle persone che non hanno una malattia cardiovascolare.

Nel secondo studio i soggetti valutati non presentavano particolari problemi di salute: meno di un terzo erano ipertesi, circa il 13% era dislipidemico e un altro 13% era asmatico.

Guardando alla curva che mette in relazione il consumo di alcol e incidenza di fibrillazione atriale, si vede che il tratto in cui si manifestano effetti positivi è particolarmente ridotto e corrisponde a consumi molto limitati di alcol. Una “zona franca” che per bevande come birra, sidro, e vino rosso sostanzialmente non esiste. La restante parte della curva, quella più estesa, esprime un relazione lineare tra consumo di bevande alcoliche e comparsa dell’aritmia.

Analizzando questi risultati va inoltre considerato il fatto che sono state registrati solo gli episodi di fibrillazione atriale clinicamente evidenti. Quindi potrebbero non essere stati rilevati episodi asintomatici di questa aritmia.

Per entrambi gli studi vanno ricordati ancora una volta i limiti legati all’auto-segnalazione del consumo di alcolici.

Gli effetti positivi del consumo di alcolici possono quindi essere presenti in particolari soggetti, ma comunque per quantità particolarmente ridotte e nei confronti di problemi specifici. Deve essere infine considerato che il consumo di alcol è un fattore di rischio per moltissime malattie, fisiche e mentali. Bere alcolici si accompagna allo sviluppo di malattie come la cirrosi epatica, alcuni tumori, malattie infettive e anche a malattie cardiovascolari. Si associa anche a disturbi mentali e comportamentali, compresa la stessa dipendenza dall’alcol. Quindi, è possibile che una riduzione di rischio per patologie in ambito cardiovascolare possa accompagnarsi ad un aumento del rischio per la salute in molti altri organi.

A questo proposito, leggete il nostro recente articolo sugli effetti del consumo di bevande alcoliche, anche moderato, sul rischio di sviluppare differenti tipi di tumore.

Un bilancio che nel complesso non sembra offrire motivi validi che sostengano in alcun modo il consumo di alcolici.

 

Franco Folino

 

 

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Franco Folino è un medico chirurgo, specialista in cardiologia, e un giornalista. Ha iniziato a lavorare come cronista alla fine degli anni settanta, scrivendo articoli per diverse riviste italiane di sport motoristici, e in seguito anche in media televisivi privati, estendendo il suo interesse in altri campi dell’informazione. Una volta specializzato in cardiologia, ha pubblicato differenti articoli scientifici ed editoriali su prestigiose riviste internazionali. Ha contribuito alla nascita di Newence, diventandone il direttore responsabile dal marzo del 2017. I suoi principali campi di interesse in ambito medico sono il sistema neurovegetativo cardiovascolare e gli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute. Appassionato di viaggi, ha percorso molti chilometri sulle strade dell'Europa, del Nord America e dell’America Latina, sempre alla ricerca delle espressioni più autentiche della natura, pubblicando alcuni libri dedicati al Sudamerica.

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