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COVID-19: l’efficacia dell’interferone beta-1a in forma inalatoria

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Secondo un nuovo studio clinico, i pazienti COVID-19 ospedalizzati nel Regno Unito che hanno ricevuto una forma inalatoria di interferone beta-1a (SNG001) avevano maggiori probabilità di riprendersi e meno probabilità di sviluppare sintomi gravi, rispetto ai pazienti che avevano ricevuto un placebo.

Questa ricerca, pubblicata sulla rivista The Lancet Respiratory Medicine, è il primo articolo in una rivista medica peer-reviewed che evidenzia come l’interferone beta-1a inalato potrebbe ridurre le conseguenze cliniche di COVID-19. Servirà inoltre come proof-of-concept per ulteriori necessarie ricerche.

La risposta immunitaria alle infezioni virali.

Poiché il numero di infezioni da COVID-19 continua ad aumentare in tutto il mondo, c’è un urgente bisogno di sviluppare nuovi trattamenti per i sintomi più gravi e pericolosi per la vita, come la polmonite e l’insufficienza respiratoria.

L’interferone beta è una proteina presente in natura che coordina la risposta immunitaria alle infezioni virali. Studi di laboratorio hanno scoperto che il virus SARS CoV-2 sopprime direttamente il rilascio di interferone beta, mentre gli studi clinici dimostrano una ridotta attività di questa importante proteina nei pazienti COVID-19. La formulazione dell’interferone beta utilizzata in questo nuovo studio – SNG001 – viene somministrata direttamente ai polmoni tramite inalazione ed è stata sperimentata nel trattamento dell’asma e della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Questo studio mirava a valutare la sicurezza e l’efficacia di SNG001 per il trattamento di pazienti COVID-19 ospedalizzati.

Lo studio è stato condotto in nove ospedali del Regno Unito su pazienti che avevano un’infezione confermata da SARS-CoV-2. Ha confrontato gli effetti di SNG001 e del placebo, somministrato ai pazienti una volta al giorno per un massimo di 14 giorni, e ha seguito i pazienti per un massimo di 28 giorni dopo l’inizio del trattamento. I pazienti sono stati reclutati dal 30 marzo al 30 maggio 2020 e sono stati assegnati in modo casuale, e in doppio cieco, a ricevere il trattamento attivo o un placebo. Durante lo studio, sono stati monitorati i cambiamenti nelle condizioni cliniche dei pazienti.

Un miglioramento delle condizioni cliniche

Dei 101 pazienti arruolati nello studio, 98 pazienti hanno ricevuto il trattamento nello studio (tre pazienti si sono ritirati dallo studio) – 48 hanno ricevuto SNG001 e 50 hanno ricevuto un placebo. All’inizio dello studio 66 (67%) pazienti hanno richiesto l’integrazione di ossigeno al basale (29 persone nel gruppo placebo e 37 nel gruppo SNG001). I pazienti che hanno ricevuto SNG001 avevano il doppio delle probabilità di mostrare un miglioramento delle loro condizioni cliniche al giorno 15 o 16 rispetto al gruppo placebo.

Nel gruppo placebo, il 22% dei pazienti ha sviluppato una malattia grave (definita in questo studio come richiesta di ventilazione meccanica) o sono morti tra la prima dose e il giorno 15 o 16, rispetto al 13% dei pazienti che avevano ricevuto SNG001. Tre sono stati i decessi nei gruppi placebo e nessuno nel gruppo in trattamento attivo.

Durante il periodo di trattamento di 14 giorni, i pazienti che avevano ricevuto SNG001 avevano più del doppio delle probabilità di recupero, rispetto a quelli del gruppo placebo – il 44% nel gruppo SNG001 in recupero rispetto al 22% nel gruppo placebo. Secondo protocollo, si riteneva che i pazienti si fossero ripresi quando non erano più limitati nella loro attività.

In un’analisi secondaria, gli autori hanno scoperto che a 28 giorni, i pazienti con SNG001 avevano una probabilità tre volte maggiore di riprendersi rispetto ai pazienti che ricevevano placebo.

Elevate concentrazioni locali della proteina immunitaria

L’autore principale, il professor Tom Wilkinson dell’Università di Southampton, nel Regno Unito, afferma: “I risultati confermano la nostra convinzione che l’interferone beta, un farmaco ampiamente noto, approvato per l’uso nella sua forma iniettabile per altre indicazioni, possa avere il potenziale come farmaco da inalazione per ripristinare la risposta immunitaria del polmone e accelerare il recupero da COVID-19. L’interferone beta-1a inalato fornisce elevate concentrazioni locali della proteina immunitaria, che aumenta le difese polmonari piuttosto che mirare a specifici meccanismi virali. Ciò potrebbe comportare ulteriori vantaggi del trattamento dell’infezione da COVID-19 quando si verifica insieme a un’infezione da un altro virus respiratorio, come l’influenza o il virus respiratorio sinciziale (RSV) che potrebbe essere riscontrato nei mesi invernali”.

La sicurezza dell’interferone beta-1a inalato è stata valutata monitorando gli eventi avversi nell’arco di 28 giorni. I risultati hanno evidenziato come gli eventi avversi nel corso del trattamento si siano verificati nel 54% dei pazienti nel gruppo SNG001 e nel 60% dei pazienti nel gruppo placebo. Il disturbo riportato più frequentemente è stato il mal di testa. Un minor numero di pazienti nel gruppo SNG001 ha avuto eventi avversi gravi, rispetto al gruppo placebo.

Un metodo di somministrazione alternativo

Gli autori notano alcuni limiti del loro studio. La dimensione del campione era piccola e, come tale, i risultati non possono essere generalizzati a popolazioni più ampie e strutture sanitarie. C’erano differenze tra i due gruppi al momento del reclutamento: i pazienti nel gruppo SNG001 avevano una malattia più grave al basale e più pazienti avevano ipertensione. Nel gruppo placebo più pazienti avevano diabete e malattie cardiovascolari. Tuttavia, questi fattori sono stati considerati nel modello statistico utilizzato e i segnali benefici per la terapia sono stati migliorati quando a priori l’analisi è stata aggiustata per i fattori confondenti.

Secondo i ricercatori, studi più ampi dovrebbero essere in grado di affrontare queste limitazioni con la randomizzazione di gruppi più vari. Lo stesso gruppo di ricerca sta valutando anche l’efficacia del trattamento nei casi pre-ospedalieri di COVID-19. Per valutare il trattamento per i pazienti che sono gravemente malati e che richiedono ventilazione meccanica, è necessario un metodo di somministrazione alternativo rispetto all’attuale nebulizzatore.

 

 

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