Home Cardiologia Infarto miocardico da calore: più frequente in chi consuma ß-bloccanti e antiaggreganti

Infarto miocardico da calore: più frequente in chi consuma ß-bloccanti e antiaggreganti

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Il rischio di subire un infarto miocardico non fatale legato all’esposizione al calore può aumentare tra i pazienti che usano farmaci antipiastrinici e beta-bloccanti. A queste inaspettate conclusioni è giunto un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Cardiovascular Research. Tuttavia, saranno necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati.

È stato stabilito che l’esposizione sia al freddo che al caldo può innescare l’insorgenza di un infarto del miocardio e precedenti studi epidemiologici avevano dimostrato che questi casi di infarto legati al calore andranno probabilmente ad aumentare se il riscaldamento globale farà salire le temperature di 2 o 3 °C.

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Un effetto maggiore tra i pazienti più giovani

Kai Chen e colleghi hanno analizzato i dati di 2.494 pazienti che hanno avuto un infarto da maggio a settembre dal 2001 al 2014 nella regione di Augusta, in Germania, e hanno confrontato le informazioni cliniche dei pazienti con le informazioni meteorologiche quotidiane e l’assunzione di farmaci.

Tra i farmaci riportati, gli autori hanno osservato che il rischio di infarto miocardico non fatale legato al calore era maggiore nei pazienti che ricevevano antiaggreganti e beta-bloccanti, rispetto ai pazienti che non usavano questi farmaci. Considerando che questi due medicinali sono tra quelli più prescritti per il trattamento delle malattie cardiovascolari questi risultati non possono che lasciare sorpresi.

Gli autori hanno anche scoperto che questo effetto era maggiore tra i pazienti più giovani (da 25 a 59 anni), che avevano una minore prevalenza di malattie coronariche preesistenti, rispetto ai pazienti più anziani (da 60 a 74 anni).

Come gli stessi autori osservano, la natura dei dati non consente di escludere la spiegazione più plausibile ai risultati ottenuti, ovvero che il rischio più elevato sia dovuto al fatto che gli utenti di antipiastrinici e beta-bloccanti possono essere pazienti già malati e quindi intrinsecamente più vulnerabili agli infarti legati al calore per la gravità della loro malattia. Per rispondere a questa domanda sono necessarie ulteriori ricerche che coinvolgono registri più ampi di pazienti.

Chen e coautori sostengono che questi risultati potrebbero aiutare a sviluppare strategie mirate per ridurre il carico di malattie cardiovascolari legato all’aumento delle temperature.

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