Gli inibitori del SGLT-2 non si associano a maggiori infezioni del tratto urinario

I pazienti che assumono inibitori del sodio-glucosio cotransporter-2 (SGLT-2) non sembrano avere un rischio maggiore di infezioni gravi del tratto urinario rispetto ai pazienti che assumono altre terapie antidiabetiche di seconda linea. Sono questi i rassicuranti risultati di uno studio di coorte pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Annals of Internal Medicine.

Gli inibitori SGLT-2

A causa del loro meccanismo d’azione, si ritiene che gli inibitori SGLT-2 aumentino il rischio di infezioni del tratto urinario. Nel 2015, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha emesso un avviso sull’aumento del rischio di infezioni urinarie gravi con uso di inibitori SGLT-2, sulla base di 19 casi di urosepsi e pielonefrite segnalati all’agenzia. Dati i limiti dei dati, non è chiaro se questo rischio sia realmente presente nella pratica clinica.

Inibitori SGLT-2 e infezioni urinarie: lo studio

I ricercatori del Brigham and Women’s Hospital hanno studiato due grandi database con sede negli Stati Uniti per valutare se i pazienti che iniziano ad utilizzare gli inibitori SGLT-2 erano ad aumentato rischio di infezioni gravi del tratto urinario, rispetto a quelli che iniziano ad impiegare gli inibitori della dipeptidil peptidasi-4 (DPP-4) o gli agonisti del recettore del peptide-1 (GLP-1) glucagone-simile.

Per fare questo, sono state abbinate due coorti di pazienti, con un rapporto 1: 1 basato sul propensity score.

I risultati hanno evidenziato come le infezioni urinarie tra i pazienti trattati con inibitori SGLT-2 sono state simili a quelle registrate con l’utilizzo di altri farmaci antidiabetici, in entrambe le coorti. Secondo i ricercatori, questi risultati suggeriscono che altri fattori, oltre il rischio di infezioni del tratto urinario, dovrebbero essere considerati nelle decisioni sull’opportunità o meno di prescrivere la terapia con inibitori SGLT-2 per i pazienti con diabete, in contesti di routine.

Il commento editoriale

Gli autori di un editoriale di accompagnamento della McGill University, e del Lady Davis Institute presso il Jewish General Hospital, affermano che questi risultati sono rassicuranti, ma dovrebbero essere considerati con una certa cautela. In primo luogo, lo studio ha escluso i pazienti ad alto rischio e quelli con una storia di infezioni del tratto urinario, sottogruppi chiave per i quali sono necessarie ulteriori prove.

In secondo luogo, alcune analisi degli esiti secondari (come l’urosepsi), in alcuni confronti, avevano un potere statistico più modesto, suggerendo che potrebbero essere necessarie ulteriori valutazioni della sicurezza per affrontare questi problemi.

 

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

16 − sei =